Allarme plastica, dal mare al corpo umano

Molti dei prodotti che erano prima costruiti in ferro, legno o vetro, sono stati poi realizzati in materie termoplastiche, termoindurenti ed elastomeri. Non è però tutto oro quel che luccica. Da anni conosciamo il rovescio della medaglia dell’utilizzo della plastica, legato in particolare allo smaltimento dei rifiuti: quasi sempre non biodegradabile, può essere riciclata, stoccata e spesso incenerita, attività che in alcuni casi genera diossina. Ora, un nuovo allarme mette in guardia sui rischi di questo diffusissimo materiale. Secondo un rapporto reso noto in occasione degli ultimi Seminari internazionali sulle Emergenze Planetarie di Erice, le sostanze plastiche potrebbero contaminare la catena alimentare umana attraverso i pesci, che spesso ne ingeriscono piccoli frammenti presenti nei mari. Il problema della plastica dispersa, come bottiglie, contenitori e buste, non rappresenta quindi un rischio solo per l’ambiente, ma anche, in modo diretto, per la salute dell’organismo umano. Particelle nocive presenti nei mari contaminano infatti gli animali marini, che assorbono sostanze come il PCB, il PVC e la diossina. A farne le spese, attraverso la catena alimentare, sono infine gli uomini e le donne, che vengono particolarmente colpiti nell’apparato riproduttivo. La massima vulnerabilità riguarda le mamme in dolce attesa, che corrono il rischio di trasmettere al proprio figlio queste sostanze tossiche, con la probabilità che le stesse possano intaccare in modo permanente il cervello e il sistema riproduttivo del feto. Nei figli nati da madri con aliti livelli di PCB, PVC e diossina, si è infatti registrato un maggior numero di casi di obesità, asma e disfunzioni immunitarie.  Da non sottovalutare, sottolineano gli esperti, come queste sostanze riescano a trasmettersi tra diverse generazioni, causando una lenta ma preoccupante mutazione genetica.

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