Aria di conflitto nelle Isole Falkland

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Malgrado le tempeste di neve e pioggia e le temperature prossime allo zero, il 10 e l’11 marzo gli abitanti delle Isole Falkland, un arcipelago dell’Oceano Atlantico meridionale, a soli 500 chilometri dalla costa della Patagonia e poco più di 4.000 dal Polo Sud, si sono coraggiosamente avventurati ai seggi elettorali per esprimere la scelta di rimanere alle dipendenze del Regno Unito, in qualità diBritish Overseas Territory.

Un passato di forti conflitti. A dispetto delle dimensioni – con una popolazione di meno di 3.000 abitanti su un territorio poco più piccolo delle Bahamas (il quale, però, offre una concentrazione abitativa cento volte maggiore) – le Isole Falkland vantano un passato bellico di tutto rispetto. Dopo un susseguirsi di colonizzazioni da parte di stati europei – per lo più Francesi, Inglesi e Spagnoli – L’Argentina era riuscita a stabilire una duratura egemonia territoriale, spezzata solo dall’insediamento britannico del 1833. Gli attriti tra le due nazioni si sono con il tempo aggravati fino a culminare, nell’aprile del 1982, nell’invasione delle milizie argentine delle Isole Falkland e della South Georgia (entrambe britanniche), spingendo la Gran Bretagna a reagire con un attacco “anfibio” – mediante un’offensiva sia navale che aerea – quasi dieci volte più numerosa di quella argentina.

L’esito è ampiamente noto e tracce ancora evidenti di tale scontro sono ancora visibili per chi ripercorre i sentieri che, come cicatrici, segnano il territorio della East Falkland, l’isola che ospita la capitale, Port Stanley, e che conserva come un museo a cielo aperto i resti della famosa ‘Battle of goose green‘, la battaglia forse più tristemente famosa di quei due mesi di conflitto a fuoco. Da allora, il governo argentino non perde occasione per rivendicare queste terre che, benché all’apparenza desolate e malinconiche, offrono un ecosistema unico al mondo e, soprattutto, la presenza di petrolio, la cui ricerca è stata avviata in maniera sistematica nel 1996.

Le origini del referendum. Per molti non è apparso un caso che il governo argentino, facente capo a Cristina Fernandez de Kirchner, abbia deciso di mobilitarsi proprio quando le esplorazioni petrolifere britanniche avevano portato alla luce depositi molto vasti di petrolio e gas. Come risposta, i kelpers, soprannome dato agli abitanti di queste isole, si sono mossi numerosi verso le urne (con una partecipazione del 92%) confermando, a parte tre soli nostalgici di un governo argentino, una vittoria schiacciante (pari al 99,8%) per la riconferma dello status-quo.

Tensioni in arrivo. La risposta del governo argentino non si è fatta attendere. Un portavoce del presidente, infatti, ha reso noto che “una simile trovata pubblicitaria non possiede alcuna validità in ambito di diritto internazionale”. Alla minaccia di rivolgersi alle Nazioni Unite al fine di proclamare illegale l’esito della votazione, David Cameron ha ribadito che la Gran Bretagna farà in modo che tale decisione democratica, frutto di un diritto all’auto-determinazione popolare, venga rispettata e difesa ad oltranza.

Allo stato attuale, l’Argentina considera gli isolani – di cui l’85% è di lingua e cultura anglosassone - degli “abusivi”, pertanto privi del diritto di poter votare a favore di un insediamento su un territorio considerato parte integrante dell’Argentina. La posizione argentina (sostenuta dall’89% degli Argentini) si è spinta oltre, riducendo l’accesso alle isole e minacciando un embargo verso gli isolani i quali, a parte alcuni prodotti agricoli di sussistenza, dipendono massicciamente dalle importazioni dal Sud America.

L’esito di questa ostilità non è ancora chiaro. Il presidente Barack Obama ha confermato la posizione neutrale degli Stati Uniti, lasciando ai due contendenti lo spazio di manovra per trovare un accordo bilaterale il quale, purtroppo, allo stato attuale sembra del tutto improbabile.

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