Città del Messico (parte I)

La più pericolosa: il tasso di criminalità è a livelli elevatissimi.
La maggior parte dei turisti atterra all’aeroporto Benito Juàrez per poi scappar via in qualunque direzione: dalle spiagge dello Yucatan agli insediamenti archeologici Maya, dall’idilliaco paesaggio del Chiapas al mito di Acapulco. Via pur di non dover sopportare l’aria malsana, il traffico caotico e i rischi di questa città. Sbagliano perché se scoperta questa città può entrarti davvero nel cuore.
Fin dall’atterraggio puoi sentirti a contatto di questa megalopoli. La circumnavigazione del El Popo, come lo chiamano qui il vulcano Popocatépetl che ogni tanto lancia un messaggio intimidatorio agli abitanti per ricordare la sua potenza, ti sorprende e ti cattura. Si rimane soggiogati e attratti dallo scorrere della vita sotto la carlinga. Lo stuolo di vie, di quartieri, di case, si estende a perdita d’occhio. In giornate limpide e senza la perpetua cappa di smog che l’affligge, Città del Messico sembra non dover finire mai e sembra lontano persino qualsiasi contorno o confine. Non si è certi nemmeno di quanto tempo sia passato dall’avvistamento delle prime abitazioni.
E’ una città che può sorprenderti per la ricchezza delle opere che la contengono, per il fascino di una vita intellettuale che non ha nulla da invidiare alle capitali della cultura europea, per una veduta d’insieme unica. Come se l’occidente nelle sue più cocenti contrapposizioni si fosse unito alla magia della civiltà maya anch’essa piena di contraddizioni e incongruenze.
Non si può non iniziare dallo Zocalo, la seconda piazza al mondo per estensione (circa 4 ha). Sulla parte nord la Catedral Metropolitana, la prima cattedrale della Nuova Spagna con i due campanili che dominano la facciata barocca. Nel lato orientale non si può tralasciare una visita al Palacio National. L’attrazione sta nei murales di Diego Rivera. Nella scalinata principale sono rappresentate le immagini della storia del Messico, e al secondo piano ritratte scene di vita pre-colombiana. La sapienza dei colori, l’armonia dei particolari, le immagini pure e sbalorditive lasciano un profondo senso di pace allo spettatore attento e sensibile.
Si fuoriesce dalle porte austere del palazzo e si entra nel caos della piazza. Alcuni danzatori in strabilianti costumi aztechi celebrano ancora i balli e i gesti del tempo passato. E’ uno spettacolo turistico ma d’enorme fascino. I colori dei loro abiti, le sfumature delle incredibili piume sono indubbiamente ipnotici.
Proseguiamo oltre la cattedrale in direzione del Tempio Mayor. Le rovine e soprattutto il museo bel progettato evidenziano la vera vita di Tenochtitlàn e la sua grande piramide. Imperdibili le inquietanti statue. Un mercatino tipico cattura la folla del sabato. I colori e l’atmosfera rendono tutto più autentico e gioioso.
Si oltrepassa la piazza e si imbuca l’avenida 5 de mayo. Raggiungiamo la Casa de los Azulejos e facciamo sosta nel bellissimo patio in cui si trova il ristorante, famoso oltre che per la sua bellezza anche per aver ospitato Pancho Villa ed Emiliano Zapata durante la rivoluzione. Arriviamo al Palacio de Belles Artes suggestivo e dalle forme art nouveau e ci concediamo una sosta al Parco la Alameda. Alcuni venditori di tacos cucinano imperterriti a qualsiasi ora del giorno. Sembra un’oasi di tranquillità lontano dai rumori e dal traffico rutilante delle automobili.
Merita una sosta il Museo Mural Diego Rivera che con il murale “Sogno di una domenica pomeriggio nella Alameda” incanta qualsiasi visitatore.(leggi
la seconda parte)
Andrea Lanari

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