Dal Tibet il segreto di longevità

Paolo Cerretelli, ricercatore dell’Istituto di tecnologie biomediche del Cnr di Milano (Itb) e presidente onorario del Comitato, ha dichiarato che “l’indagine, realizzata in collaborazione con studiosi inglesi, svizzeri e nepalesi, e’ stata effettuata sul proteoma del muscolo di tibetani di alta quota e di bassa quota e altri individui asiatici di controllo, tutti nati a bassa quota.” Proprio i risultati ottenuti da questa ricerca hanno evidenziato che, nei tibetani che risiedono ad alta quota, c’è un elevato aumento di proteine a elevata azione antiossidante, a cui si associa uno scarso accumulo di lipofuscina, una sostanza ritenuta rivelatrice delle conseguenze dell’azione dei radicali liberi sulle strutture cellulari dell’organismo. Si calcola infatti che imuscoli dei tibetani perdano in alta quota solo l’8% della loro forza, contro l’oltre 35% delle persone native di quote più basse. Per i tibetani, abituati ad altitudini che arrivano sino a 4.800 m, si tratta della spiegazione scientifica che conferma le particolari caratteristiche fisiche che consentono loro di vivere ad alta quota, senza per questo risentire delle patologie a cui spesso sono soggette le altre popolazioni native di quote più basse, anche se stanziate da tempo in alta montagna. Claudio Marconi, dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare (Ibfm) del Cnr di Milano, spiega poi che gli esperimenti, condotti nel laboratorio Piramide del Cnr in Nepal, hanno illustrato motivazioni “multifattoriali” alla grande tolleranza fisica espressa dai tibetani, legata cioè a: una migliore funzionalità cardiaca, una minore viscosità del sangue, migliori scambi respiratori a livello polmonare e, con ogni probabilità, anche a un migliore utilizzo dell’ossigeno da parte dei muscoli. L’evoluzione spontanea delle popolazioni di alta quota, un vero e proprio adattamento all’altitudine, ha quindi evidenziato delle modificazioni dell’organismo in condizioni di scarsa pressione dell’ossigeno nell’aria, l’ipossia. I dati emersi da questo studio potrebbero rivelarsi fondamentali per la ricerca contro le cause dell’invecchiamento e le patologie associate.

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