Damir Niksic a Pescara

Nato in Bosnia Herzegovina nel 1970, profugo e studente in Italia (durante la guerra 1992-1996) ed attualmente residente negli Stati Uniti, Damir Niksic rappresenta una delle figure cardine nell’indagine artistica dei rapporti tra est ed ovest, tra cosiddetto oriente ed
occidente. Venuto alla ribalta grazie alla particolare attenzione dedicata nel corso degli ultimi anni agli artisti dei Balcani, ha partecipato ad esposizioni di rilievo internazionale. Ricordiamo oltre alla 50a edizione della Biennale di Venezia (selezionato da Francesco Bonami per la sezione Interludes),
The Balkans. A crossroad to the future e Blood and Honey. The future is in the Balkans firmate dal noto curatore Harald
Szeemann.

Sagace e finemente ironico, Damir
Niksic, analizza attraverso una poetica colta gli elementi di contatto e contrasto di due culture apparentemente differenti. Due blocchi, in verità non così distinti, che hanno vissuto un rapporto osmotico nel corso di parecchi secoli, fatti, da una parte di conquiste e guerre e dall’altra di intensi scambi mercantili e culturali. Ecco che l’Europa dell’Islam e quella del Cristianesimo affondano le proprie radici in una storia comune, di cui troppo spesso si perde la coscienza di massa. È proprio questa storia comune ad essere il centro nodale delle sue opere.

Lontano dalla sterile polemica l’artista bosniaco si comporta come un filosofo che si esprime per immagini. Un pensatore che fa dell’arte il veicolo di un messaggio, che slegato dalle briglie di un’ estetica formale, diventa intensamente morale.

L’arte si trasforma qui nello strumento per esprimere un personale punto di vista sul mondo e sull’umanità elementi sezionati e ricomposti con una logica paradossale ed irriverente: uno stimolo al dialogo, ma soprattutto alla riflessione.

Gli elementi stereotipati di un punto di vista “colonialista” (come egli stesso lo definisce) e secolarizzato diventano una spada da brandire alla ricerca di un’identità personale e comune.
Concetti come libertà, uguaglianza, etnia ed appartenenza acquistano significati caricati di un nuovo valore umano. In questo contesto opere irriverenti come Liberty, in cui una statua della libertà diventa oggetto di un gesto onnanistico o l’immagine stereotipata di un musulmano con in testa un Fez (vestito però all’occidentale) e con il capo chiuso in una gabbia di The Red Rose of Sarajevo, amplificano significati complessi, fatti di storia ed emozioni.

Allo stesso modo anche i video giocano con la contraddizione. La musica che ricorda pezzi Swing degli anni cinquanta americani penetrano lo spettatore per la loro orecchiabilità e per la simpatia del ballo stile musical, appositamente approssimativo e grossolano, ma sono i testi ed i piccoli gesti che passano quasi inosservati ad essere testimoni di un messaggio forte ed impegnato.

C’è malinconia forse, ma non esiste l’abbandono alla rassegnazione. Non c’è spazio per l’immaginazione o la speculazione futile. Ogni opera nasce in un contesto definito, preciso.
WHITE PROJECT ARTE CONTEMPORANEA, Pescara, Viale Vittoria Colonna 63. Apertura:
dal martedì  al sabato dalle 15.00 alle 20.00. Per informazioni : +39 0854516203 (tel),
whiteproject@virgilio.it

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