Distruzione, cementificazione, desertificazione: queste le cause del dissesto idrogeologico

Dietro ragioni di natura dolosa c’è sempre la regia colpevole dell’uomo
Tra le cause “naturali” del dissesto idrogeologico si annoverano dunque le caratteristiche geomorfologiche e geostatiche di un territorio che determinano la più o meno pericolosità idrogeologica di un territorio o di un’area. Ma esistono ragioni “artificiali”, derivanti purtroppo dall’intervento dell’uomo che con la sua opera di compromissione e depauperamento dei paesaggi,lottizzazioni delle foreste e dei centri storici, cementificazione dei litorali, ha lacerato l’Italia in uno scontro decisionale ai vertici governativi tra Protezione Civile, Uffici geologici territoriali e Ministero dell’Ambiente. Chi deve sicuramente intervenire, alla luce della legge 152/2006, è l’autorità di bacino distrettuale del territorio di competenza, che a sua volta è frantumata in enti doppione, società a compartecipazione mista, consorzi di bonifica inutili o peggio inesistenti. La cementificazione selvaggia spesso porta alla costruzione di cantieri edilizi su terreni franosi, su montagne rocciose che si affacciano a picco sul mare, come è avvenuto in Liguria. Andora è stata teatro dell’ennesimo evento alluvionale che ha portato ad una frana che ha distrutto un terrazzo abusivo e al deragliamento di un treno in corsa. Per non parlare delle costruzioni edilizie abusive lungo le sponde dei fiumi più grandi d’Italia o lungo i corsi d’acqua che in essi sfociano, o la cementificazione balneare, la costruzione di appartamenti residenziali immediatamente a ridosso delle spiagge, pratica molto diffusa negli anni ’70 lungo tutta la penisola italiana e in particolar modo in Calabria, Sardegna, Sicilia, a causa delle infiltrazioni della criminalità organizzata.

Il potenziamento delle risorse naturali potrebbe essere la salvezza dell’Italia

Restituire ai cittadini il valore della vivibilità e della sicurezza anziché del benessere a tutti i costi attraverso l’istituzione di adeguati piani di controllo dei bacini idrografici, finalizzati non solo al monitoraggio dell’esistente ma in grado di realizzare mappature cartografiche per una futura pianificazione urbanistica, lontana gli interessi dei project financing logoranti e nel rispetto dell’habitat naturale. Si potrebbero così evitare le continue ed incessanti richieste delle amministrazioni locali a quelle regionali e al governo con un continuo rimpasto delle responsabilità che non porta a nulla, neppure all’adempimento delle legittime ma tardive richieste di calamità naturali. Infine il futuro dell’Italia non è l’urbanizzazione ma un ritorno ai piani territoriali paesistici di cui si discuteva già negli anni ’90 e che l’avvento irruente della globalizzazione nella post-modernità ha bruscamente arrestato. Infine, il futuro dell’Italia è il potenziamento dei Parchi naturali, nazionali e regionali, oasi di vita e di benessere. Le riserve “verdi” possono rappresentare l’ossigeno e la spinta vitale verso un futuro che non sia solo devastazione del suolo agricolo a scopo di produzione intensiva.

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