Emigrare nel 2013: Italia – Australia sola andata

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Se, fino a qualche anno fa, a decidere di trasferirsi in un altro Paese erano coloro che aspiravano a migliorare ulteriormente le proprie condizioni di vita – partendo da una base, quella italiana, sommariamente accettabile – o raggiungere nuovi orizzonti professionali, oggi, nel 2013, il fenomeno dell’emigrazione si è trasformato in un sintomo, trasversale, esteso, a suo modo inquietante.

Prendiamo l’esempio campione di Giuseppe, artigiano, che dopo vent’anni di lavoro in Italia, di contributi e tasse pagati fino all’ultimo centesimo, con scrupolosità, si è sentito costretto a cercare altre “opzioni”. L’instabilità economica ha fatto traballare e ha reso fragili le fondamenta dell’Europa, gli Stati Uniti stanno uscendo, lentamente, da una delle crisi più intense della loro storia, l’Africa, l’America Latina, la Cina, il Giappone spaventano come le cose che non si riescono a comprendere. Allora, ecco l’Australia: è lontana, lontanissima, dall’altra parte del mondo, ed è gigantesca ma non solo, è uno dei Paesi con il Better Life Index più alto, secondo l’Ocse, una delle frontiere con i migliori standard di vita. In Australia non è semplice entrare, perché sono richieste qualifiche professionali specifiche: sono benvenuti saldatori, operai specializzati, autotrasportatori, ingegneri e tutti coloro che possano certificare un’esperienza lavorativa concreta o concretizzabile. Monetizzabile, soprattutto. Ma in Australia dove, esattamente? Preferibile il Western Australia, motore trainante della crescita economica dell’intero Paese, soprattutto grazie allasete infinita di risorse della Cina . Quale meta migliore della capitale, Perth? Clima quasi perfetto, affaccio diretto sull’Oceano Indiano e spiagge bellissime.

La scelta della meta, soprattutto quando si parla di Australia, è solo l’inizio, e questo ce l’hanno già raccontato giornalisti e blogger – basti pensare al portale Italiansinfuga.com –. Per un italiano che vuole emigrare si presentano diverse possibilità: la garanzia di uno Sponsor, un datore di lavoro disposto a firmare un contratto e a garantire per il dipendente immigrato; la possibilità di lasciarsi aprire le porte del Paese per un intero anno, armati di un Working Holiday Visa, il permesso di soggiorno che permette agli immigrati di cercare e trovare un impiego. I criteri di valutazione che rendono un immigrato una risorsa appetibile sono l’età, la conoscenza delle lingue, il titolo di studio. Per chi ha il profilo giusto, gli stipendi sono molto alti; lo sono anche gli affitti e i prezzi degli immobili – quasi intoccabili –: in compenso, molti australiani vivono nella convinzione opinabile che gli appartamenti in condominio, o nei grattacieli, siano una raffinatezza tutta europea, quindi un trilocale in zona semi-centrale costa molto di più di una tipica villetta indipendente con giardino, in periferia. Narrano che a Perth, invece dei piccioni, volino i pappagalli.

Il nostro Giuseppe ha passato un anno cercando i contatti, li ha trovati, ha trovato anche un corso di inglese che gli servirà per superare l’esame di lingua IELTS e ottenere la certificazione necessaria per completare le scartoffie indispensabili all’espatrio. Ha firmato un contratto, ha prenotato il biglietto per un viaggio di quindici giorni di pura esplorazione e studio del territorio: gli piacciono le spiagge, il suo Sponsor e i ritmi di vita, così diversi da quelli italiani. Alle cinque tutti smettono di lavorare e tornano a casa, la città è piena di cantieri, perché sta vivendo un’espansione spaventosa, ma anche di parchi enormi, verdissimi. Il loro inverno è una specie di aprile con il buonumore e il tramonto ha una luce tutta particolare. Giuseppe ha deciso: ha quasi quarant’anni e ha visto abbastanza per capire che non gli sarà garantita un’altra opportunità. Ce l’ha messa davvero tutta, ci ha provato per vent’anni e gli è anche piaciuto, nascere e crescere in Italia, ma adesso tutto è davvero troppo. Non ha più nessuna garanzia, né di poter arrivare alla fine dell’anno, né di portare avanti la sua attività, pagare i suoi dipendenti, il mutuo o promettere alla sua famiglia un sostegno economico. Il suo Paese, dice, gli ha tolto tutte queste cose una per una, un anno dopo l’altro e lui adesso è così stanco che si sente disperato, disposto a ricominciare mezza vita davvero dall’altra parte del mondo. Il suo nuovo indirizzo finirà con “Perth, Australia”.

La storia di Giuseppe somiglia a quella di tanti altri italiani “in fuga”. C’è chi non si trova d’accordo, con questa definizione, chi semplicemente sostiene di dover pensare all’espatrio persopravvivere. A tutti loro mancherà l’Italia, certo, perché è un posto unico, nel suo essere luogo d’arte ma, purtroppo, anche nel suo essere sempre più luogo di confusione tra il legale e l’illegale, la stabilità e il caos, la politica e la farsa. Così dicono, gli strani italiani che “decidono” di scappare: c’è chi si ferma in Svizzera, Germania e chi invece attraversa gli oceani e i continenti, fino ad arrivare dall’altra parte.

Alcuni sostengono che, ormai, in un mondo diventato così piccolo, globalizzato e connesso come mai lo è stato, le onde della crisi sono lunghe e prima o poi arrivano dappertutto. Nel frattempo, chi non ha voglia di aspettare il declino si muove intorno al mondo, rincorrendo il benessere. Possiamo davvero illuderci ancora di riuscire a vivere tutta la nostra vita in un solo luogo? O dovremmo valutare l’ipotesi di poterci ritrovare, fra non molto, a fare i conti con una delle realtà più disarmanti della nuova evoluzione economica, cioè che stiamo per diventare tutti, tutti noi, individui itineranti, virtualmente e concretamente; individui che, un giorno o l’altro, saranno costretti ad arrivare lontano, ad arrivare dall’altra parte.

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