Indelebile Auschwitz

Guardo fuori la campagna che scorre lenta e sento tutta quell’afflizione, tutta quella paura, tutta quella delirante e assurda carneficina. Io posso chiudere la tenda, cambiare di posto, aprire la finestra, scendere se voglio. Loro erano già condannati prima di partire, predestinati appena varcate quelle saracinesche. Quando giungo alla stazione non c’è nessuno. Decido di andare a piedi e di raggiungere l’entrata di Auschwitz. Un percorso difficile, perché più mi avvicino più sento l’aria pesante, come se il carico di morte fosse ancora lì, incapace di allontanarsi da quel luogo, inabile alla fuga. Il campo fu distrutto solo in parte dai nazisti e molti degli edifici originali sono sopravvissuti fino ad oggi. Impossibile non notare la cinica e famosa scritta sul cancello d’entrata: “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi). In una dozzina dei 30 blocchi rimasti è stato allestito un museo. L’atmosfera è quasi irreale eppure terrificante. In uno degli edifici sono esposte le fotografie dei condannati. Pareti intere ricoperte da sguardi, da visi, da pochi sorrisi. Bambini, donne, anziani, uomini, scorrono in una sequela di tristezza. Sembrano visi familiari, sembrano persone che in un qualche modo abbiamo conosciuto. Quelle foto ti entrano dentro, ti bucano l’anima, ci condannano a non dimenticare. In un altro blocco dietro a pannelli di vetro si susseguono gli oggetti personali. Miriadi di occhiali accartocciati nelle teche, in una stanza migliaia di scarpe, in un’altra una sconfinata accozzaglia di posate, in una centinaia di arti artificiali accatastati, in un’altra una distesa infinita di ciotole per il cibo. Sono un’assurdità, eppure sono l’emblema di quel calvario. E sono nulla a confronto dei milioni d’innocenti che sono stati assassinati ad Auschwitz. C’è un edificio adibito esclusivamente alle torture più atroci. Esperimenti inenarrabili compiuti per testare il grado di sopportazione del genere umano, il punto di dolore più estremo a cui l’individuo può giungere. Oggi rappresentano solo il grado di disumanità, di mancata coscienza a cui ci si è spinti. Il fumo dei camini non ammorba più l’aria. Eppure nel vedere i forni, nell’entrarci dentro, una schiera di fantasmi compare come monito alla vigliaccheria, all’indifferenza, alla Storia. Auschwitz è stata una perfetta macchina di morte, uno spietato meccanismo di sterminio. La tecnica dei forni, il continuo perfezionarsi, l’utilizzo del “Cyclon B” (potente gas a base di acido prussico) per accelerare i tempi e produrre un maggior numero di morti, sono fatti raccapriccianti e insindacabili. L’efficienza strabiliante portò questo campo alla triste media di tredicimila vittime al giorno. Non riesco a trattenere le lacrime e sono costretto ad uscire. Questo viaggio mi ha cambiato. Questo luogo mi è entrato dentro, indelebile come i numeri tatuati sulle braccia dei deportati. Non posso dimenticarmene. E chi mai potrebbe farlo.Andrea Lanari

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