Job Act e riforma del Lavoro

A seguito del D.L. n.34 del 20 marzo 2014, il Job Act sembra prendere forma, dopo una lunga serie di previsioni a cui abbiamo assistito nei mesi precedenti. Si è parlato tanto di “contratto unico di inserimento”, una sorta di contratto a tutele crescenti con vantaggi dal punto di vista contributivo per i datori di lavoro. Probabilmente Renzi, dopo la risposta negativa dei sindacati, ha rinunciato al progetto scaricando le sue idee sul contratto a termine, divenuto ormai la “vittima” principale delle riforme del lavoro dell’ultimo decennio.

Per comprendere meglio le variazioni intervenute nell’assetto legislativo di tale istituto è necessario tornare indietro di qualche anno, almeno fino al decreto legislativo n.368 del 2001 che si pone come obiettivo di “ammorbidire” le rigide regole del contratto a tempo determinato, facilitando la sua instaurazione a patto che derivi dalle proverbiali ragioni “tecniche, produttive, organizzative e sostitutive”. Da qui è iniziato l’utilizzo sempre crescente del contratto a termine, accentuato maggiormente con la “manovra d’estate 2008″ che ha specificato che le sopra citate ragioni erano valide anche nell’ambito dell’ordinaria attività dell’azienda.

Il testo normativo già più volte modificato ha prodotto un aumento spropositato dei contenziosi in materia di lavoro portando il Governo Monti (con la Riforma Fornero) all’ulteriore modifica che ha previsto la possibilità di ignorare le ragioni che ancora limitavano il contratto a termine (il c.d. contratto a termine “acausale”) a condizione che la data non superasse i 12 mesi e che non fosse prorogato.

A distanza di un anno interviene il Governo Letta che conferma la formula “acausale” modificando le condizioni come di seguito indicato:

  • solo in caso di primo rapporto di lavoro a termine;
  • durata massima di 12 mesi compreso la proroga;
  • ammessa una sola proroga.

Eccoci al 20 marzo 2014, Renzi elimina definitivamente l’acausalità dei contratti a termine, non esistono più le ragioni tecniche, produttive, organizzative e sostitutive. Il quadro normativo renziano è il seguente:

  • durata complessiva pari a 36 mesi, compreso proroghe;
  • consentite fino a 8 proroghe;
  • numero massimo di contratti a termine consentiti pari al 20% dell’organico aziendale;
  • le aziende fino a 5 dipendenti possono comunque stipulare un contratto a termine.

Ci sembra ormai di assistere ad una “liberalizzazione” del contratto a termine e, di conseguenza, il contratto a tempo indeterminato non sarà più la forma comune di rapporto di lavoro. È ormai chiara la direzione assunta dal Governo, resta da vedere se produrrà effetti positivi sulla disoccupazione in Italia che ormai ha raggiunto livelli insostenibili.

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