Jovanotti si confessa: ipercinetico col talento della curiosità

Lorenzo Jovanotti in copertina su Glamour

Tra i cantanti italiani più amati dal pubblico, Lorenzo Jovanotti ha saputo reinventarsi più volte nel corso della sua carriera artistica, che quest’anno gira la boa del quarto di secolo. Un percorso lungo, a volte difficile, in cui il Jova ha saputo mantenere punti fermi quali il divertimento, l’appeal con il pubblico, la capacità di comunicare in maniera schietta e… il nome. “C’è stata una crisi del nome Jovanotti tra i 30 e i 40 – rivela il cantante, all’anagrafe Lorenzo Cherubini -. Imbarazzante dopo i 23, è ritornato buono dopo i 40. È un nome che definisce un’anima”.

Intervistato da Glamour a “più mani” (domande di Massimo Gramellini, Michele Dalai, redazione e lettrici), Lorenzo Jovanotti parla proprio della sua innata capacità di rimettersi sempre in gioco: “Per me è un bisogno vitale – spiega l’artista nato a Roma ma toscano d’adozione -. In realtà mi creo delle gavette ad hoc, per crescere senza annoiarmi: ho fatto ‘Non m’annoio’ proprio perché tendo ad annoiarmi. È una frenesia quasi patologica. Sono ipercinetico. A volte, la testa mi va troppo veloce. Se vado a vedere un bel film, mi viene voglia di fare il regista, idem per il balletto: vorrei subito essere Roberto Bolle”.

Massimo Gramellini vuole saperne di più e chiede a Lorenzo se si sente davvero un’icona della leggerezza e della speranza, come traspare dalle canzoni, o se invece è un depresso latente, sindrome “tipica” degli artisti… “Sono un combattente in un fronte di resistenza – risponde enigmaticamente Jovanotti -. Significa glorificare l’energia, me la sono presa un po’ come una missione: soprattutto quando si diventa grandi, si ha una figlia, si deve portare avanti una fiaccola. La vita è un casino, ma bisogna opporsi con la forza. C’è una linea di depressione nella mia famiglia: mi ha trasmesso un senso di smarrimento che mi porta a voler acchiappare tutte le cose. Il limite tra il nostro talento e la nostra malattia spesso è molto sottile”.

Come in un gioco, sempre Gramellini chiede a Jova di scegliere quale sei la sua chiave di evoluzione tra libri, viaggi o amore. “L’amore - dice secco Lorenzo -. Poi tutto il resto è una meraviglia, tutto un gioco. Il mondo è un Luna Park. Ma l’amore è la cosa più importante”. Jova parla poi dell’importanza della fiducia e dell’affetto e punzecchia la politica: “La catastrofe della politica non mi fa diventare cinico, ma migliore”.

E’ Michele Dalai a chiedergli come mai ha deciso di andare per la prima volta in tour negli stadi: “Mi piacerebbe farlo la prossima estate - spiega Jovanotti -. Perché è arrivato il momento, perché a un certo punto la pera è matura e cade dal ramo, bisogna trovarsi sotto con la mano e beccarla”. Parlando di musica elettronica, poi, Jova rivela di ascoltare “quasi solo dj ultimamente”, mentre del rock dice: “Trovo che il rock ha già scritto i suoi… grandi romanzi russi”. E a un giovane a caccia del suo talento, il Jova cosa direbbe? “Di fare un talento di questo suo non trovare un talento. Gli inquieti, i nervosi sono quelli che fanno succedere delle cose. Io non ho trovato il mio talento. Quello che faccio non è talento. Il mio talento è la curiosità, la ricerca, il non accontentarmi mai”.

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