La follia che si cela nel web

Un fenomeno iniziato alla fine degli anni ’90 e che non trova una collocazione geografica specifica, data la diffusione del fenomeno. In Giappone però la situazione è divenuta allarmante, se si calcola che dal gennaio 2003 al giugno 2004 sono ben 45 i casi accertati di persone morte in suicidi di gruppo, fattore che incide sulla triste leadership del paese del Sol Levante, al primo posto mondiale per numero di suicidi (32.000 casi solo lo scorso anno). Probabilmente nato da libri come il “Jisatsu Manual” (Manuale del suicidio), il fenomeno dei siti web appositamente creati per riunire coloro che cercano la morte volontaria, con tecniche e modalità per raggiungere lo scopo, sembra essere la versione contemporanea del macabro rituale. Siti che brulicano nella rete e che, nonostante le autorità cerchino di farli chiudere, spesso propongono la vendita online di apposite soluzioni per ottenere lo scopo finale. Tornando al caso specifico di Saitama, i sette ragazzi sono stati trovati morti in un minivan, affittato appena 2 giorni prima, parcheggiato in una zona isolata della città e con i finestrini sigillati dall’interno con del nastro adesivo. Per la polizia locale si tratterebbe di un caso di “suicidio collettivo con ossido di carbonio”, come dimostrerebbe l’email inviata con il cellulare da uno dei ragazzi ad un compagno di scuola: “Ho con me altri sei giovani in un minivan nel parco di Minano a Chichibu. Suicidio con mattonelle di carbone”. Una pratica triste e spietatamente lucida, che potrebbe far pensare ad un odierno “harakiri”, o “seppuku” come si usa dire in Giappone, ma a parte le parole, ciò che resta è lo stato di sconforto generale per un inquietante fenomeno che rischia di assumere i contorni di “un’estensione di un gioco nel cyberworld” (Shinji Shimizu, docente all’Università di Nara). Un gioco letale purtroppo.

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