Nihil sub sole novum

Ebbi la sensazione che l’intero arto sprofondasse, come inghiottito da sabbie mobili. Impiegai alcuni interminabili minuti prima di vincere l’horror vaqui, provocato dal vuoto sotto ai miei piedi. Percezione che si dimostrò assai illusoria, quando riacquistata la ragione, complice l’ennesimo bagliore, vidi chiaramente che la mia gamba era immersa ben fin sopra al ginocchio in una enorme deiezione."Porca vacca!", imprecai improvvidamente dimenticando che mi trovavo nel bel mezzo di un pascolo. Le bestie, solitamente paciose, sentitesi chiamate in causa ed evidentemente offese nella loro sensibilità, cominciarono a muovere con fare ostile nella mia direzione. A fatica riuscii ad estrarre la gamba dal disgustoso amalgama in cui ero intrappolato e cominciai a correre. Nel frattempo, un tenue albicare confortò la mia fuga, permettendomi di individuare un gelso che solitario si stagliava in mezzo alla piana, di cui non riuscivo ancora ad intuire i confini. Mi arrampicai con una agilità che non sospettavo di possedere sulla pianta salvifica. Solo allora ricordai il monito di mio nonno che, con saggezza contadina mi ammoniva, bambino, dall’avvicinarmi agli alberi durante i temporali. Imprecai nuovamente. Stavolta contro il governo ladro, responsabile per definizione della pioggia.La cosa piacque alle mucche che, disinteressatesi del sottoscritto, tornarono alle loro abituali occupazioni. Liberato dall’impaccio mi calai, stavolta con un certo affanno, dal gelso. Riuscii a percorrere non più di una quindicina di metri che una folgore squarciò le nubi e conficcò la sua carica distruttiva nell’albero. L’impatto violentissimo mi scagliò a terra facendomi perdere i sensi per un tempo indefinito. Quando mi risvegliai il sole era già alto nel cielo. Il mio corpo denudato dalla carica elettrica era piagato da ustioni diffuse e dolorose. Cercai di guardarmi attorno per individuare i resti fumanti del gelso colpito dalla saetta. Una massa confusa di colori e suoni assalì i miei sensi. Tentai vanamente di mettere a fuoco la vista ancora provata dall’esposizione alla intensissima luce del lampo. Intorno a me numerose sagome fungiformi parevano aver preso il posto delle vacche nottambule. Dal vociare indistinto e diffuso, parve emergere un sussurro familiare.Un bisbiglio ostinato che presto divenne intelligibile: "Papà, papà, papà, papà….". Non avevo dubbi, era la voce rassicurante di mia figlia Camilla che mi chiamava con la consueta insistenza. Ripresa in parte la percezione della vista, mi accorsi che ostentava, stavolta in modo meno rassicurante, quello che mi parve un contenitore colorato. "Papà, papà….". Non feci in tempo a proferir parola che un getto d’acqua gelata e torbidamente sabbiosa mi riportò traumaticamente alla ragione. Finalmente rinsavito vidi il volto soddisfatto della mia creatura duenne, che tra l’ilarità generale brandiva il secchiello con cui aveva appena compiuto il misfatto. Intorno a lei, complici, mia moglie e i miei vicini d’ombrellone mi schernivano per essermi, come ogni anno, addormentato sotto il sole cocente del primo giorno di mare e, come ogni anno, puntualmente ustionato su ogni parte del corpo. Nihil sub sole novum.

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