NY: Basquiat al Brooklyn Museum

Un incidente d’auto a otto anni gli infligge lesioni interne e l’asportazione della milza. Cui segue il successivo divorzio dei genitori. Nel 1976 viene iscritto alla City-as-school di Manhattan, una scuola sperimentale per ragazzi dotati a cui il metodo didattico tradizione non appare congeniale.

E’ qui che conosce il graffitista Al Diaz con il quale intraprende l’arte del disegnare con gli spray i treni della metropolitana newyorkese e i muri di SoHo. Espone in varie collettive. E la prima personale si tiene in Italia nella Galleria Mazzoli di Modena. Il mercante d’arte Annina Nosei diventa il suo mentore. Gli anni Ottanta tripudio del collezionismo, e soprattutto dell’arte come status e investimento, ne decretano il successo. Passa da un gallerista ad un altro, mentre le sue opere vanno a ruba. Le sue iniziali quotazioni, mille e cinquecento dollari per un lavoro, ben presto raggiungono anche i cinque milioni di dollari.

Nel 1982 Basquiat è famoso in tutto il mondo. Pur continuando a mantenere quella rabbia, quella forma di odio verso le regole che ne fecero anche la sua maggior attrattiva, le mostre si moltiplicano: Zurigo, Los Angeles, New York, Parigi. Il Times Magazine nel 1985 gli dedica la copertina. La sua avversione per i critici lo porta a soffrire di attacchi paranoici, persino verso i mercanti d’arte che ne concretizzarono l’ascesa. L’oso di droghe conferma la sregolatezza associata ad una probabile discesa violenta e prematura. Muore d’overdose nel 1988, un anno dopo la morte del suo stimato amico Andy Warhol. Basquiat fino alla fine continuò a chiedere somme del tutto modeste per i suoi quadri. Furono gli speculatori e i collezionisti che finirono per arricchirsi.

Va ricordata la rapidissima carriera che compì questo talentuoso artista, soprattutto rispetto al contesto, alla follia di un decennio ricco di eccessi, nel quale l’arte assunse il ruolo fondamentale di condizionatore sociale, di parentesi elitaria. Basquiat va ricordato non solo come personaggio, con le eccentricità e le paranoie che ne fecero una star, ma soprattutto per la sua arte innovativa e per il suo coraggio. Fu il primo artista di colore a diventare “qualcuno”. E questo spalancò le porte a tutti gli artisti, di qualsiasi colore, nazionalità, estrazione, essi fossero. La sua arte è indiscutibile. Una connivenza di stili e tendenze varie. La sua arte è primitiva, irrazionale.

Come una tavolozza da decifrare, da discernere in parti più intime e disperate. Il dolore prevale in un misto di forme stilizzate, di segni incomprensibili, di parole e frasi che devono essere lette e rilette, ai quali lo spettatore attinge il proprio vissuto, nelle cui tracce cerca il proprio essere, la propria intima sofferenza. Personaggi sconnessi che sembrano derivati da pennelli di bambini alle elementari, ma che trasmettono tutta la sua rabbia, tutta la sua avversità verso un’epoca di cui è divenuto l’emblema. Una fusione di stili, di vedute, una mescolanza che attinge i propri colori dai più disparati punti di vista per fondersi in una visione limpida e tenera della debolezza, dalla malinconia, del dolore umano. La sua lingua è unica, lancinante, tempestosa, vera. Basquiat indiscutibilmente da vedere, da sentire, d’amare.

Articolo di Andrea Lanari

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