Omo/etero-sessualità. Da quando il sesso è diventato un diritto

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Ormai da qualche anno, in maniera sempre più pressante (a volte anche violenta) vanno aumentando le pretese e le rivendicazioni a favore delle coppie omosessuali. Esse andrebbero, a detta dei fautori di questi presunti diritti, equiparate alle coppie eterosessuali. Sia a livello ideale e morale, sia, soprattutto, a livello legale. Negare che le unioni omosessuali e quelle eterosessuali siano la stessa cosa comporterebbe una discriminazione. Con buona pace della pluralità del pensiero su cui tanto le associazioni a favore delle unioni omosessuali hanno puntato e incentrato le proprie campagna mediatiche e di sensibilizzazione sociale.

Ma andiamo con ordine. Più che cosa rivendicano le associazioni a favore delle unioni omosessuali è interessante notare su quali basi fondano queste pretese, perché è da lì, dalla radice, che nasce il problema legale. Quello morale è più o meno un altro discorso che, sempre più o meno, compete altre sfere. Sul sito dell’Arcigay si legge: “Alle famiglie gay è precluso cioè che per le famiglie eterosessuali che contraggono matrimonio è diritto o dovere acquisito e cioè: il riconoscimento pubblico della dignità dell’affettività”cui segue un lungo elenco di possibilità negate alle coppie omosessuali. Già da questo breve ma specifico passaggio si evince quale sia il fraintendimento: il fondamento del diritto sull’affettività. Allo Stato, di qualsiasi natura e tipo esso sia, non interessa l’affettività della coppia, non si preoccupa della felicità dei coniugi, non va a controllare se i due contraenti del matrimonio si vogliono bene o si amino, perché l’amore non è un elemento dell’ordinamento giuridico. Allo Stato interessa il proseguimento della società e l’educazione di quelli che saranno poi suoi futuri cittadini. Per la Costituzione Italiana, per rifarci ad essa, diritto (e dovere) dei genitori, cioè coloro che costituiscono una famiglia, è quello di “mantenere, istruire ed educare i figli” (cfr. Art. 30) Cose queste, che una coppia omosessuale, checché se ne dica il contrario, non può e non potrà mai dare.

L’affettività, l’amore, il volersi bene, così come la sessualità non possono costituire il fondamento del diritto. Gli orientamenti personali e privati non sono un problema dello Stato che non si preoccupa di quel che un cittadino fa nel proprio letto o nella propria vita privata. Questo a conferma del fatto che l’omosessualità in sé non è perseguita, né perseguitata dallo Stato italiano. O dobbiamo parlare di discriminazione e persecuzione anche per chi rivendica la poligamia? Le istituzioni si preoccupano di garantire il corretto funzionamento della macchina-stato. Le unioni omosessuali impediscono questo corretto funzionamento. Ma non perché sono malate, cattive o riprovevoli, semplicemente perché non possono, come mostrato sopra, espletare ciò che allo Stato interessa: il prosieguo della società (i figli nascono da coppie eterosessuali) e l’educazione dei figli (i bambini hanno bisogno di un padre e di una madre). Punto. Il problema è questo e non si tratta di nessuna discriminazione.

I casi estremi, strumentalizzati ad arte da un sistema mediatico prono a queste istanze, portati a dimostrazione della malvagità della non equiparazione delle coppie omosessuali (molti dei quali fanno parte dell’elenco dell’Arcigay) non sono e non possono essere esempio della pretesa di un diritto che non sussiste.Non tutto ciò che l’uomo vuole può costituire un diritto. Né a norma di logica lo costituisce ciò che va per la maggiore; perché significherebbe tornare alla legge del più forte. Le associazioni omosessuali lamentano di essere sempre stati deboli: ora che sono forti adottano gli stessi mezzi che prima criticavano?

Per tornare brevemente all’aspetto specifico del matrimonio omosessuale, sui motivi che fondano le argomentazioni delle associazioni in loro difesa, si può serenamente convenire che alcun regolamentazioni sono e possono essere modificate. Ma da qui a equiparare il matrimonio a una cosa che matrimonio non è ce ne passa. E non si sta perseguitando, offendendo o violentando qualcuno. Un genitore che dica al proprio figlio di non drogarsi (o qualsiasi altro esempio) non sta perseguitando, offendendo o violentando il proprio figlio. Allo stesso modo lo Stato, per quanto per lo Stato non si tratta di educazione, quanto di regolamentazioni di rapporti tra cittadini. Il problema nasce dall’equivoco di considerare un diritto ogni proprio istinto o desiderio e di negare un’evidenza naturale e sociale delle cose dell’essere umano. Che i figli nascano da un uomo e da una donna e che un bambino abbia bisogno della figura materna e paterna è cosa ovvia ed evidente che solo la malafede di alcuni può portare a dubitare.

Il problema fondamentale di questa diatriba di ogni altra simile (quelle che comunemente chiamiamo “questioni etiche”) è riassumibile nella domanda: cosa rende tale un diritto? Una verità? Una maggioranza? È una domanda insolubile? Senza il riferimento a una verità oggettiva, conoscibile con la ragione umana, il problema resterà sempre irrisolto e destinato a essere dato in pasto all’anarchia e ai potenti del momento.

 

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