Shanghai. Perla d’oriente

Quasi in risposta al grigiore di anni oscuri, in cui la fatiscenza
imperava, in cui il predominio spettava alla corruzione della classe
dirigente su una massa operaia poverissima e muta, la città si è
risvegliata.

Da quando Deng Xiaoping ne volle fare il centro del capitalismo mondiale,
il boom edilizio non ha avuto tregua. Dalle campagne sono arrivati milioni
di manovali. La città che ormai era accartocciata su se stessa, quasi
rassegnata, ha rialzato la testa e iniziato una metamorfosi incredibile. In
pochi anni migliaia di gru hanno reso il cielo di Shanghai un labirinto
inestricabile. Si sono costruite tre linee di metropolitana, un nuovo
aeroporto, si sono sterminati interi quartieri per lasciar posto ad
autostrade sopraelevate, a nuove costruzioni, a una distesa di centri
commerciali. Acciaio, vetro, cemento. Una gara continua alla progettazione
più lussuosa, all’architettura più strabiliante.

La demolizione continua ancora oggi imperterrita in questa megalopoli di
oltre quattordici milioni d’abitanti. Le tracce del passato sembrano dover
scomparire a tutti i costi, per lasciar posto ad un futuro imminente, ad
una tecnologia sempre più avveniristica, ad una struttura urbana sempre più
funzionale. Della vecchia città ormai resistono poche cose, quasi
interamente a fini turistici. Le antiche attrattive a fatica trovano un
varco tra le fessure di enormi shopping-mall di stampo americano. I
giardini Yuyuan sembrano un’isola felice di pace e armonia, un’oasi di
ristoro in mezzo alla sterminata selva di negozi roboanti e di venditori
accorti e travolgenti.

Tutto viene offerto, comprato, venduto. Lo shopping sembra il miglior
passatempo cinese. Si può trovare qualsiasi cosa, dall’oggetto kitch alle
antichità coloniali, dalle borsette pessime copia di griffe europee alla
mobilia tibetana, da sete preziose ai turistici oggetti raffiguranti Mao.
Tutto si trasforma, tutto si plagia, tutto si riproduce. Tutto diviene
possibile. E quindi vendibile. E quindi fonte di guadagno.

Persino la notte e l’intrattenimento ha le sue sfaccettate proposte. Il
lusso incomparabile di Xintiandi può solamente sorprendere. Locali
come TMSK o Yé shanghay o T8 lasciano incantato anche lo spettatore occidentale.
Raffinatezza, eleganza, delicatezza. Tutto appare studiato, ogni
proporzione atta a stupire, a far innamorare, a concedere un’atmosfera di
incomparabile purezza e ricercata perfezione. Ambienti da godere e da cui
trarre tutta l’essenza della fusione tra Cina tradizionale e Cina moderna.

D’altra parte ci sono anche migliaia di KTV, i cosiddetti karaoke-bar dove
file di ragazze si propongono e vengono selezionate come fossero ad una
fiera del bestiame. I nuovi ricchi, arroganti e prepotenti, passano qualche
ora in compagnia delle prescelte bevendo birra occidentale e cantando a
squarciagola canzoni in lingua cinese. Dai più sobri e a buon mercato, ai
più esclusivi e sofisticati, se ne calcolano oltre dieci mila in città.

In un vortice che è sempre più inarrestabile tutto viene mangiato in pochi
secondi. Quasi non si avesse il tempo, quasi non ci si potesse voltare
indietro. Avanti, ancora avanti, di più, ancora di più, questi sono i miti
a cui ci si rivolge, queste le moderne usanze a cui la nuove generazioni
aspirano. Quasi la tradizionale cultura e saggezza cinese fossero solamente
vecchie leggende, quasi non si volessero più tramandare quelle grandi e
strabilianti consuetudini, quasi la memoria dovesse essere estinta a favore
del nuovo credo consumistico, della nuova legge che regola tutto, in onore
del dio denaro.

Qualche vecchio ha ancora negli occhi la campagna, l’indigenza, la
sopraffazione. Ma vede questo cambiamento così veloce o travolgente, come
una sorta di sconfitta, come la perdita di un essenza che non può essere
dimenticata, di cui sarebbe un peccato perderne le tracce.

L’augurio è che questa corsa non debba travolgere questo paese incredibile
e meraviglioso, che non sia capace di trascinare l’incanto che possiede in
un’anarchia di buoni affari e soldi facili, che conservi ancora il fascino
che possiede.
Andrea Lanari

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