Torino: Da Carracci a De Chirico

Protagoniste dell’evento, presentato nella sala dei pannelli cinesi del Museo di Arti Decorative, sono una ventina di opere scelte dalla collezione Croff di Ivrea. La storia della collezione che il mercante milanese di stoffe e di arredi Abdone Croff mise insieme fra la metà degli anni Trenta del Novecento ed il 1946, anno in cui morì prematuramente, è romanzesca e curiosa insieme. Racconta di una passione artistica avvampata in età matura, violenta ed intensa, che non ebbe paura di svilupparsi neppure sotto le bombe della seconda guerra mondiale. Le vicende della famiglia Croff ricordano quelle di altre dinastie imprenditoriali che hanno caratterizzato il nostro Novecento, quali i Mondadori, i Rizzoli e i Vismara. Il giovane ambulante Livio Croff, classe 1858, con il suo carrettino carico di prodotti da merceria, arrivò a Milano in cerca di fortuna. Qui incontrò Carlotta Sassi, parente di Luisa Battistoni Sassi, eroina delle Cinque Giornate, che possedeva una merceria. Insieme fondarono i rispettivi commerci, ampliando l’attività in una società specializzata in tessuti per arredamento, tendaggi e tappeti che in breve tempo diventò una delle più floride ditte della città. Si sposarono e dalla loro unione nacquero quattro figli: Abdone (che nasce il 15 ottobre 1893), Carlo, Aldo e Anita. Negli anni Venti l’attività passò nelle mani dei figli Abdone e Aldo che, nel sontuoso negozio in Via Merigli, esponevano, oltre a stoffe per mobili, tappezzerie, velluti e broccati, anche tappeti persiani antichi e moderni, di cui diventarono i primi importatori in Italia. Grazie al successo crescente, negli anni Trenta il negozio venne trasferito in Piazza Diaz e l’attività arrivò a contare otto filiali nelle principali città italiane.La ditta diventò il punto di riferimento per il tessile d’arredo non solo di un’ampia clientela comune, ma anche di una facoltosa committenza di aristocratici, ricca borghesia industriale e antiquari. Abdone Croff iniziò ad accettare pagamenti in opere d’arte e pezzi d’antiquariato. Nel contempo egli approfondì le sue passioni artistiche, frequentando artisti e botteghe antiquarie del Nord e del centro Italia. In questo modo forgiò la sua personale ricerca della qualità, dell’arte e del bello secondo precisi canoni estetici, volti non solo all’antico, ma anche al moderno. La sua natura di esteta investì ogni aspetto della quotidianità, dall’argenteria per la tavola, ai gioielli fatti realizzare per la moglie Adele Guelpa (1907-1946) da celebri orafi, agli studi per i giardini e i parchi delle sue ville. Abdone amò oggetti esclusivi e raffinati che non esitò a commissionare ad artisti e artigiani secondo il proprio gusto e la propria fantasia. «Non sono un acquirente di quadri, tanto meno un raccoglitore di firme e quelle poche opere d’arte che ho sono state acquistate con tutto l’entusiasmo, per il solo piacere dei miei occhi», così Abdone Croff scriveva, in una lettera del 1940, al figlio del pittore Ettore Tito, riassumendo in parte se stesso e rivelando appieno il legame delle opere collezionate per le proprie abitazioni. La morte prematura dell’imprenditore, avvenuta nel 1946 a causa di un incidente stradale in cui persero la vita anche la moglie e il figlioletto, gli impedì di proseguire verso quella ricerca, totalmente personale, del bello assoluto. Nel 1946 Lucia Guelpa (1908-2003) entrò in possesso dell’enorme patrimonio della sorella Adele e del cognato e nel 2003 nominò il Comune di Ivrea erede dei propri beni.La raccolta comprende una cinquantina di dipinti e disegni, fra i quali alcuni capolavori di Giovanni del Biondo, Neri di Bicci, Bergognone, Annibale Carracci, Giuseppe Palizzi, Filadelfo Simi, Pietro Annigoni, Xavier e Antonio Bueno, Giorgio De Chirico. L’Archivio Lucia Guelpa conserva sulle opere una ricca documentazione, che annovera carteggi con artisti, antiquari ed esperti d’arte coevi. Croff trattenne stretti rapporti di amicizia con pittori come Pietro Annigoni, Antonio Bueno e Giorgio De Chirico e si avvalse per la ricerca dei dipinti antichi anche di storici dell’arte del calibro di Adolfo Venturi e Bernard Berenson, nonché dei migliori antiquari e case d’aste del suo tempo. Alla scomparsa improvvisa di Abdone Croff, la collezione era naturalmente ancora acerba; fissata nel suo spunto aurorale: con tutte le esitazioni e le incertezze, gli errori e le felici intuizioni delle scelte. Sarebbe probabilmente progredita a mano a mano nel tempo in qualità e in quantità, giungendo ad una sua definizione precisa, che avrebbe documentato la preparazione o anche solo l’interesse di Croff nel campo artistico. Il destino troncò, purtroppo, passioni e speranze. La collezione non appare propriamente forgiata su un preciso filo conduttore. Ma proprio la sua mancanza di sinapsi storico-critica conferisce alla raccolta modernità ed attualità: le opere sono legate dal filo rosso della "gioia per gli occhi", del piacere che potevano conferire – inanellate le une alle altre – ai loro proprietari. Un approccio all’arte non filologico, forse discutibile, ma certamente gioioso e vitale. Nel contempo, la collezione, che troverà sede definitiva nel Museo Civico P.A. Garda di Ivrea, documenta sicuramente un frammento non trascurabile di storia del collezionismo del tempo: una nuova tessera, un nuovo percorso museale prende forma a testimonianza della ricchezza del patrimonio italiano.

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