Una battaglia senza armi

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Per secoli le armi sono state il mezzo più efficace per garantire la tanto agognata libertà di pensiero, di credo religioso e, soprattutto, della proprietà privata. Lo stesso spirito di auto-tutela permane nella cultura statunitense, esacerbato dalla maggior facilità nel reperire armi e nella incapacità di gestire una zona sempre più ampia di illegalità.

La strage avvenuta a dicembre scorso, in una scuola elementare di Newtown, Connecticut, rappresenta la coda finale di una serie di tragici eventi che hanno portato molti statunitensi – e lo stesso Presidente Obama – a chiedersi il reale beneficio, in un paese civilizzato, di un possesso così elevato di armi da fuoco. Gli USA detengono il primato mondiale nel possesso di armi da fuoco con una percentuale dell’88,8, ma rappresentano anche il paese più civilizzato con un tasso di omicidi imputabili ad armi tra i più elevati (2,97 per 100.000 abitanti).

Now is the Time. Questo, secondo Obama, è il momento giusto per fare qualcosa di concreto. Il Presidente ha di fronte un popolo che possiede già 270 milioni di armi da fuoco. La distribuzione delle armi tra stati americani è molto varia, con un picco per gli stati di frontiera che arrivano ad avere quasi il 60% di possessori di armi.

La stessa Corte Suprema, nel Secondo Emendamento del giugno 2010, si è detta a favore di un “diritto costituzionale al possesso di armi da fuoco per difesa personale”. Obama propone e divulga in maniera massiccia un piano di 4 punti: un controllo maggiore sulle licenze, il divieto di vendita di armi d’assalto, fornire maggiore sicurezza alle scuole e apporre crescente attenzione alla salute mentale della popolazione.

Ma come hanno reagito gli Americani? Seguendo i post apparsi sulla pagina Facebook del Presidenterisulta che la popolazione è tuttora divisa tra sostenitori della necessità di possedere armi senza vincoli o controlli e coloro che – come la piccola Hinna di 8 anni – chiedono, implorano Obama di porre fine a delle inutili stragi.

 

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