Vivere d’anoressia -Storia di Marina

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Anoressia è la definizione scientifica: un nome per un tempo, onomastica fuori dal tempo al male di vivere. Già, di anoressia si vive, divorando se stessi a bocconi avidi e imparando, poi, a mantenere  quel poco che serve a continuare la missione prometeica di  ricostruire il corpo “infame” per potere tornare a divorarlo.

Marina  ha, oggi, vent’anni: magre braccia di aquila, gambe sottili di stambecco, i capelli rossi  a caschetto nascondono uno sguardo triste d’acqua stagnante.

Marina abita  in Emilia Romagna  e vive di anoressia da quasi sette: ha una famiglia, un fidanzato, frequenta la scuola, ha amici, né bella, né brutta, intelligente, ambiziosa, una vocazione alla scrittura, affida a fogli di carta le sue emozioni.

Ma non è psicoterapia: quella, Marina, scettica di natura, fiduciosa per convenienza, la lascia ai medici, alle ore scandite dall’orologio, agli ambienti odorosi di malattia.

E da magro uccellino, Marina  si è trasformata nella streghetta rinsecchita delle favole e solo allora  ha deciso di dar  sfogo alla memoria e di provare a risalire col peso dei suoi trentanove chili di fatica di vivere la china della sua esistenza.

Ha conosciuto tutte le fasi dell’anoressia: dal cibo limitato per entrare nella taglia quarantadue, al cibo rifiutato per lasciare quell’ingombrante taglia, all’acqua e aceto per corrodere la voglia di cibo, alla forbice sulla carne per portare via quei brandelli di vita che non la volevano lasciare.

“Girotondo” così Marina definisce la sua vita, un girotondo  che a tratti accelera, a tratti rallenta il suo vortice invitandola a  fermarsi, a riflettere “Un giorno riprenderò la strada giusta, se giusto è ragionare come chi mi guarda  con ostilità e pregiudizio, se giusto è ragionare come qualsiasi altra persona fecondata, vissuta in nove mesi di buio e poi nata alla luce. La luce? Sento solo la pioggia, acqua,  H2O, mi bagna, mi perseguita, brucia…”

 

 

 

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