Voglio tornare a scuola

A parte il fatto non trascurabile che per genere sessuale sono immune da gravidanze inaspettate, mi riferivo naturalmente al ritardo accumulato nella stesura di quello che dovrebbe essere l’editoriale mensile. Ora potrei raccontarvi, cari lettori, di un febbraio vissuto in apnea per angosce, inquietudini, nervosismi, ansie, apprensioni, angustie, tormenti, assilli, turbamenti, sofferenze, patimenti, afflizioni, affanni, timori, crucci ed incombenze delle più disparate. Potrei avvelenarvi la lettura con l’esposizione di vicende personali, inenarrabili, subite nelle ultime settimane. Ma essendo inenarrabili per questa volta vi risparmio ogni sorta di piagnucolamento e mi limito a riconoscere, senza tema di scusante, di aver saltato il mio appuntamento mensile. Tant’é.Resta il fatto che, dato il periodo difficile appena trascorso, sempre più spesso ho ripensato ai giorni felici di quando andavo a scuola. Ambiente ovattato, pochi pensieri per la testa, il minimo sindacale di ore da dedicare allo studio ed un sacco di tempo libero da impiegare come meglio si crede. Certo, quando uno vive la condizione di studente le cose non sembrano così scontate. L’interrogazione, il compito in classe, gli esami all’università… tutte cose che cominci a rimpiangere con il passare degli anni e la memoria si fa più selettiva privilegiando i ricordi migliori. Ma c’è dell’altro. Avete presente la notizia, ormai non più freschissima, della professoressa filmata in palpeggiamenti a dir poco amichevoli con i propri allievi e regolarmente finita su YouTube? Beh, io non sono di quelli che si sono associati al coro di condanne mediatiche.Anzi, la vicenda mi ha fatto provocato uno smottamento di ricordi che mi ha fatto rivivere, in rapida sequenza, una serie nutrita di amori giovanili tanto intensi quanto mai corrisposti. Protagoniste un numero cospicuo di maestre e professoresse incontrate in ogni ordine e grado della mia esperienza scolastica. A ben pensarci, non credo di aver trascorso un solo anno tra i banchi senza aver provato attrazioni fatalmente unilaterali verso quella o quell’altra insegnate. Chissà se in letteratura medica è nota una sindrome da continuo innamoramento verso le proprie insegnanti? Qualcosa di edipico o di elettrico, per intenderci. Sarà per il fascino connaturato agli amori impossibili o per la tracimante quantità di ormoni in circolo a quell’età, comunque il ricordo di quelle storie mai vissute, si è ripresentato vivido e struggente alla mia mente segnata dal declino senile. Stante la quantità copiosa di memorie, citerò alcuni flashback su tutti.La supplente della seconda elementare, unico esemplare laico in una scuola privata gestita da suore, era una bella ragazza giovane e minuta, di carnagione bronzea e dai capelli corvini, raccolti in una lunghissima coda. Per statura ed età si distingueva con difficoltà dalle mie compagne di classe. La professoressa di musica delle medie, graziosa e soave come il suono di un flauto di pan. La professoressa di lettere delle superiori, raffinata, colta e trasgressiva, con quella sigaretta accesa in classe così poco politically correct. L’altra, qualche anno più tardi, bionda, atletica come la Cuccarini di allora e costantemente intubata in minigonne che, pur lasciando molto intendere, ancor più alimentavano la fantasia. Quest’ultima, forse intuendo il mio trasporto mi concesse, unico privilegiato, di chiamarla per nome ed altrettanto fece con me, scatenando l’invidia e le insinuazioni (ahimé del tutto immotivate) dei miei compagni di classe. Fin qui le storie soft.L’unica vicenda degna di YouTube, che naturalmente era ancora lungi dal nascere così come i cellulari con la videocamera, è riconducibile ad uno strano soggetto. Laureata in architettura, suo malgrado aveva intrapreso la carriera dell’insegnamento. Non doveva amare granché questo lavoro e neanche il prossimo suo, giacché non perdeva occasione per elargirci ogni sorta di improperio. Di presenza non particolarmente attraente, ostentava una sensualità frustrata, gratificando l’aula con frequenti e mal celate manovre di sistemazione delle calze autoreggenti quando non proprio delle mutandine. Per uno strano gioco del destino ebbi occasione di incontrare questa professoressa molti anni dopo ed essendomi presentato come un suo allievo di un tempo, mi guardò come se fossi un alieno e mi disse: "Tu sei … ? Veramente? Ammazza che figo che ti sei fatto! Che bel ragazzo…". Chissà, forse sarebbe potuto essere l’inizio di qualcosa, un qualche approccio, ma nel frattempo la sua bellezza mai del tutto fiorita era stata impietosamente cancellata dagli anni. Presi rapidamente congedo ringraziandola per i complimenti. Così va il mondo.

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