Warhol. La genialità del comune

Una mostra che lo racconta attraverso la vivacità dei suoi colori e dei soggetti.
6 stanze, un corridoio e 7 filmati dimostrano che l’originalità di Warhol non è stata solo quella di abbinare i colori in un modo che nessuno aveva mai fatto prima e utilizzare lattine
“Campbell’s soup” per diventare famoso, ma che la novità è nel suo punto di partenza: il desiderio di utilizzare ogni cosa che aveva per comunicare quello che gli capitava e vedeva.
Pittore, produttore televisivo, attore cinematografico, romanziere, filosofo, editore, fotografo, che ha voluto “solo” raccontare il suo tempo, e lo ha fatto inserendolo tra le sue tele e il suo obiettivo.
Infatti quello che si percepisce dalle sue opere sono la contraddizione e la superficialità che dilaga negli anni ’60-’70 in un’America di feste, televisione, spot pubblicitari e divi hollywoodiani. La televisione e la pubblicità soprattutto interessano Warhol in un modo quasi maniacale; sa che sono gli strumenti per diventare famosi e ricchi… proprio quello che vuole essere lui. Dopotutto “Far soldi è un’arte, lavorare è un’arte, far buoni affari è la miglior forma d’arte” e “In futuro chiunque sarà famoso per 15 minuti” sono due delle sue frasi più celebri! E non è un caso che in una sua opera intitolata “I miti”, tra personaggi come superman, topolino e babbo natale, ci sia un angolino anche per lui.
Ma questo suo desiderio di voler far parte di un mondo che lui stesso definisce di “sola apparenza” racchiude in sé le paure di un uomo di certo geniale e provocatorio, ma, in fondo, comune.
Nelle sue “Marilyn” c’è colore, sperimentazione fotografica, ma anche una profonda ricerca di identità; nel “Dollar Sign” c’è tutta la
denuncia di un simbolo ormai diventato troppo forte, quello del dollaro appunto, che mette sullo stesso piano sia cose che persone. Le stesse scatole di Brillo le definisce lui stesso importanti come ritratti di persone (da Liza Minelli a Jacqueline Kennedy) perché, ad un certo punto, “per gli uomini non è importante quello che si vede, ma che quello che si vede sia di successo”
È un’immagine di un’epoca dura e ribelle, quella che lui decide di mettere in mostra, ma che non fa per pura provocazione. Vuole utilizzare le sue opere prima di tutto come una forma di comunicazione: lui parla con i suoi lavori (in una citazione afferma che basta guardare la superficie di uno dei suoi quadri per saper tutto di lui e, aggiungo io, è vero); vuol far conoscere sé ed i suoi amici (i veri protagonisti delle sue opere).
C’è, però, un aspetto che spesso cade in secondo piano ma che mi ha colpito molto e cioè come lui dica che la vita sia un continuo lavorare. In un suo scritto dice “Ritengo di avere una cognizione assai imprecisa del ‘lavorare’ perché ritengo che il semplice fatto di vivere significhi lavorare duro per qualcosa che non sempre hai voglia di fare.” Ma poi continua “Nascere è come venir rapiti e poi venduti come schiavi. La gente lavora in ogni istante. La macchina non si ferma mai neppure quando dorme”. In un altro momento dirà: “Vorrei essere una macchina”. Questo ultimo punto evidenzia tutto il suo conflitto. Lui che vuole essere famoso, ricco, e conosciuto in realtà ha paura di quello che vuole essere e comincia a credere che tutto quello che stava facendo “doveva essere morte”. Da qui la foto della sedia elettrica, una foto agghiacciante che non vuole accusare un ingiusto uso della vita, ma vuol farla vedere per avvertire un rischio. A vederla così come l’ha rappresentata sembra che aspetti qualcuno… E poi le foto segnaletiche di criminali; non sono li per il puro piacere di irritare qualcuno, ma sono li a dimostrazione che la vita è una, piena di contraddizione e sofferenze (ma anche gioie e amicizia). È una ricerca delle ragioni della vita la sua.. ricerca che tocca ogni aspetto che la riguarda, ma che non sembra mai arrivarne al fondo.
Questo è chiaro nell’ultima fase della mostra, dove vengono esposti una serie di cuori (umani) disegnati da lui. Lo studia nei minimi particolari perché gli interessa capire come un organo che fa vivere può portare sofferenza e gioia. Osservandoli attentamente si può notare come abbia velatamente nascosto al loro interno visi, sguardi e numeri. Non si sa chi sono e cosa ricordano, ma si capisce che qualcuno è presente.
Concludendo, secondo me la mostra è da vedere e da “usare” per chiedersi a cosa uno aspira. Al di là dell’essere d’accordo o meno con quello che lui vuole dire (molto spesso con una certa ironia!), il significato di opere come queste non si esauriscono con quello che l’autore vuol trasmettere, ma vengono inglobate dentro chiunque le osservi con attenzione. Quindi l’appuntamento è a Milano per una gita fuori porta che vi potrà far conoscere un uomo che tutti sanno chi è ma che forse pochi sanno perché. A voi la possibilità di meravigliarsi della sua capacità di portare su tela le tensioni e le conquiste della propria vita.
Sara Montalti

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