Dolce&Gabbana contro il Comune di Milano: motivazioni e retroscena di una battaglia poco etica

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Tutto nasce dalla semplice richiesta dei due bomber della moda di avere in concessione piazza del Duomo e Castello Sforzesco per presentare delle sfilate. Ma ecco che entra in campo l’assessore al commercio del Comune di Milano, Luigi D’Alfonso, negando i permessi e protestando a voce alta: “La nostra città non ha bisogno di essere rappresentata da due evasori fiscali come voi!”. Cartellino giallo per l’assessore che, senza mezzi termini, si scaglia contro i due riferendosi alla pena comminata loro in primo grado di 20 mesi e 500mila euro per evasione fiscale.

Detto ciò, ecco pronto il contropiede del mondo della moda: ben tre giorni di serrata di tutte le boutique milanesi a marchio D&G solo ed esclusivamente per manifestare la propria indignazione nei confronti di una amministrazione comunale che non valorizza le potenzialità commerciali degli eventi che ha bocciato, un’amministrazione che si fossilizza su accuse ancora da provare (se non altro in Appello e in Cassazione!) e che preferisce dare dell’evasore a chi, col proprio lavoro, porta gli occhi del mondo sulle passerelle di Milano ogni anno.

Cartellino giallo anche per i due stilisti tuttavia, perchè con le loro parole non proprio “griffate” hanno operato una notevole caduta di stile: “Comune di Milano, fate schifo!”.

Sicuramente il periodo di crisi incombente non lascia spazio a dialogo e comunicazioni costruttive da entrambe le parti: negare la possibilità di eventi commercialmente vantaggiosi per la città non è una mossa condivisa da tutti (la Regione Lombardia se ne tira addirittura fuori con tutte le scarpe appoggiando in tutto e per tutto i due imprenditori della moda).

Ma è anche vero che lasciare spazio e visibilità a chi comunque un buon esempio non è stato (la condanna è lì da vedere, con tutte le sue motivazioni) non dà una buona immagine della città.

E allora chi vince e chi perde? Prevale il moralismo (nella sua accezione più positiva)? Se così fosse gli spazi pubblici andrebbero concessi solo a personaggi incensurati e, di questi tempi, nel mondo dell’imprenditoria sarebbe una vera e propria caccia al tesoro! O prevale la “legge del denaro”? Secondo la quale chi porti soldi nelle casse del comune non può essere nient’altro che il benvenuto, di qualunque macchia si sia sporcata la sua fedina penale?

E che ne è delle 250 persone che lavorano nelle boutique D&G. Beh… a loro è andata bene: hanno saltato un weekend di saldi e sono stati ugualmente retribuiti. O almeno così riferisce la casa di moda. Finisce in un pareggio dunque? Pisapia & Co. perdono credibilità agli occhi dell’imprenditoria cittadina. D&G perde tre giorni di lavoro.

A voi stabilire chi abbia perso di più. Qui il sondaggio.

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