L’oligarca che non scappò dal freddo

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Non tutti gli oligarchi, coloro che approfittando della dissoluzione dell’Unione Sovietica, nei primi anni 2000, accumularono enormi fortune, vivono ancora nella Madre Russia o si trovano in un esilio più o meno dorato a Londra o altri parti del mondo, come Roman Abramovich o il defunto Boris Berezovski.

Altri, come Michail Khodorkovsky, si trovano da tempo in condizioni molto meno ospitali, una sperduta prigione siberiana.

I mass media occidentali li chiamano oligarchi, un’espressione mutuata dal sentimento popolare russo di fronte alla tanto rapida quanto sospetta ascesa di questi personaggi che nel bagliore del tramonto dell’Urss capirono, come il Gattopardo, che tutto doveva cambiare perché nulla cambiasse.

Il caso di Khodorkovsky, al di là della solidarietà umana che si può provare nei suoi confronti, è da manuale. Con l’avvento della perestrojka, infatti, il giovane Michail si serve delle sue conoscenze all’interno del potere, prima sovietico e poi russo, per lanciarsi nella giungla del nascente libero mercato.

Laureato in ingegneria, Khodorkovsky sfrutta con sagacia i legami stretti all’interno dell’organizzazione della gioventù comunista (Komsomol), soprattutto con il capo dell’organizzazione, Alexey Golubovich. I genitori di quest’ultimo infatti avevano posizioni di vertice all’interno della Banca di Stato e con il loro appoggio, nel 1995, Khodorkovsky non ha difficoltà ad acquisire la compagnia petrolifera di Stato, la Yukos, per un prezzo nettamente inferiore al suo valore reale.

La stessa strategia seguita dagli altri leoni del branco, pronti ad appropriarsi delle aziende che sfruttavano i ricchi giacimenti del suolo russo (zeppi di gas, petrolio, rame e così via).

Sotto il fragile e corrotto regime di Boris Eltsin, installatosi a forza nel Cremlino dopo averne sloggiato Gorbaciov, gli oligarchi possono quindi regnare inconstrati.

Un quadro che s’incrina con l’avvento al potere del delfino di Eltsin, Vladimir Putin. L’ex agente del servizio segreto sovietico, il famigerato KGB, rovescia i rapporti di forza: lo Stato torna a dettare ordini, non viceversa. I businessman russi che avrebbero voluto continuare a fare affari avrebbero dovuto scendere a patti con l’autorità statale, o meglio con Putin in persona.

Gli oligarchi capiscono che il clima è cambiato e in parte si adeguano, rivendendo a caro prezzo allo Stato quello che dallo Stato avevano conquistato a basso costo, dopodiché appunto lasciano la patria per andare in cerca di nuove avventure, gonfi di denaro, soprattutto in Inghilterra.

Chi non cede, è spazzato via. Come accade appunto a Khodorkovsky. Il quale commette un doppio errore: non solo resiste all’ondata nazionalizzatrice, ma soprattutto sfida Putin sul suo stesso terreno, quello politico. Il padrone della Yukos non solo finanzia attivisti politici e organizzazioni no profit, ma accusa in maniera aperta il nuovo “zar” di aver fondato il suo potere sulla corruzione e l’intimidazione degli avversari.

Alcuni collaboratori di Khodorkovsky sono arrestati e lui capisce di essere sulla lista nera, ma non lascia la Russia. Nel 2005 è arrestato: l’accusa, per lui e il suo socio Platon Lebedev, è di evasione fiscale. Al termine di un processo poco limpido sono entrambe condannati.

E mentre stanno scontando la condanna a sette anni di carcere finiscono di nuovo processati e condannati, stavolta per furto di petrolio e riciclaggio di denaro. Guardacaso quasi alla fine del periodo di carcerazione.

La nuova sentenza, nel dicembre 2010, per quello che nel 2004 era il sedicesimo uomo più ricco del mondo, è di tredici anni di carcere, da scontare in una prigione siberiana.

In questi anni sia Khodorkovsky sia Lebedev sono stati proclamati da Amnesty International “prigionieri di coscienza”. L’anno scorso la sentenza è stata ridotta e quindi Khodorkovsky, che si è sempre proclamato innocente e vittima di una macchinazione, dovrebbe quindi uscire dalla sua cella alla fine del 2014.

Già lo si indica come futuro leader dell’opposizione a Putin. Ammesso che riesca completare il suo percorso carcerario senza ostacoli o incidenti.

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