La luce delle prime galassie si rivela ad un team di ricercatori italiani

La luce delle più antiche galassie

All’Inaf c’è quel mix di stupore ed orgoglio che spesso accompagna le grandi scoperte e questa, presto pubblicata sul The Astrophysical Journal, è indubbiamente di interesse assoluto. Si tratta, infatti, dell’individuazione delle più antiche galassie dell’universo (foto: ESO/M. Kornmesser), ottenuta con l’analisi dei debolissimi segnali di luce “interpretati” nell’arco di tre anni.

Segnali flebili ma preziosissimi, in quanto è “l’evidenza che le galassie che li hanno prodotti erano ancora parzialmente avvolte nella ‘nebbia primordiale’ – spiega l’Inaf – composta da idrogeno neutro che ha permeato l’Universo per centinaia di milioni di anni dopo il Big Bang”. Attraverso le misurazioni, gli scienziati sono anche riusciti a ricostruire la “reionizzazione”, il processo che ha dissolto la “nebbia primordiale” circa 13 miliardi di anni fa.

“Quando abbiamo analizzato questi oggetti primordiali ci siamo accorti di come una certa componente della loro luce, che in gergo tecnico chiamiamo ‘riga Lyman-alfa’ dell’idrogeno, fosse molto più debole di quanto ci aspettavamo, o addirittura assente – commenta Laura Pentericci, dell’INAF-Osservatorio Astronomico di Roma, che ha guidato lo studio -. La spiegazione più probabile è che essa sia stata letteralmente nascosta dalla grande quantità di idrogeno neutro che ancora permeava lo spazio: abbiamo stimato che in tale epoca, a soli 780 milioni di anni dal Big-Bang, questo elemento dovesse costituire dal 10 al 50 percento del volume dell’universo”.

“Sappiamo che appena 200 milioni di anni dopo questo livello è molto più basso – conclude la ricercatrice -, con valori analoghi a quelli che osserviamo ai giorni nostri: sembra dunque che la reionizzazione sia avvenuta molto più rapidamente di quanto finora pensato”.

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