Mangiare in Italia, tra tradizione, multicultura e innovazione

cucina

Un tempo, sui menù dei ristoranti nostrani comparivano esclusivamente nomi di piatti regionali o locali. La qualità era ottima, gli ingredienti genuini, la scelta sempre limitata.

I cittadini delle metropoli sono stati i primi a sperimentare gli effetti della globalizzazione. I ristoranti cinesi hanno aperto una strada poi percorsa da sushi bar, ristoranti tailandesi, indiani, messicani, greci, argentini, etiopi, scandinavi. Il ventaglio delle proposte si è via via ampliato e anche centri urbani di dimensioni modeste hanno beneficiato di tale differenziazione.

Parallelamente al diffondersi della cucina etnica, molti operatori hanno iniziato a diversificare la loro offerta. L’introduzione di piatti tipici di altre zone d’Italia ha reso più attraenti i menù dei ristoranti. In molti casi ci si è spinti oltre, inventando nuove ricette, realizzando inediti accostamenti, semplici o complessi, in grado di soddisfare il palato di chi non ha paura di sperimentare. Basta scorrere i menù pubblicati sui siti dei ristoranti o seguire uno dei tanti programmi di cucina in televisione per provare curiosità o sentire l’acquolina in bocca.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla attuale offerta dei ristoranti tradizionali, etnici e sperimentali?

Innanzitutto una scelta più ampia, poi la possibilità di scoprire cibi o ingredienti mai assaggiati prima, o combinati in un modo originale.

La differenziazione aiuta anche a soddisfare diverse esigenze. Un’osteria che offre prodotti tipici potrà attrarre turisti, italiani e stranieri, mentre ristoranti etnici o laboratori di nouvelle cuisine sapranno soddisfare la curiosità per l’esotico o l’inedito.

Dagli operatori dobbiamo aspettarci serietà, fantasia, passione e la preferenza, ove possibile, per i prodotti a chilometro zero. Tali ingredienti, uniti a gentilezza e pazienza, possono combinarsi insieme in una ricetta capace di sconfiggere o quantomeno limitare gli effetti della crisi.

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