Tibet: i giovani monaci

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Si chiama Lobsang Thokmey, ha 28 anni. E poi c’è Sangdag. E Phakmo Dhondup, che di anni ne ha 20. E Tsesung Kyab, 27 anni. E i giovanissimi Rinchen, di 17 anni e Sonam Dargye, appena un anno in più. Per loro, usare i verbi al presente sarebbe un errore: sono morti.

Si sono bruciati vivi in mezzo a vie e piazze. Ma per i tibetani – quelli che vivono ancora nel Tibet cinese o che occupano i campi profughi in India e Nepal – tutti questi giovani monaci continuano a vivere. Sono diventati eroi, si sono immolati per la causa tibetana, per purificare la negatività portata sul Tetto del Mondo dall’oppressore.

Una storia che nessuno racconta: è la storia che nessuno racconta; quella che non si sente al telegiornale. È la storia che da più di 50 anni vivono i tibetani. Da quando nel 1959 la Cina maoista invase il Tibet, per portare la libertà (dicevano) e per debellare l’”oppio” della religione. Monasteri rasi al suolo, monaci uccisi, famiglie distrutte, case e terreni confiscati. In molti decisero di seguire il Dalai Lama sulla strada dell’esilio, in India.

E ancora oggi l’ondata di profughi non si ferma. Perché il Tibet non è libero. Perché c’è chi preferisce attraversare l’Himalaya a piedi e vivere da profugo, che restare in Cina, sotto una dittatura che anestetizza il libero pensiero. Sono quasi 9.000 le persone che, ancora oggi, ogni anno, scendono dal Tetto del Mondo per arrivare nei punti di raccolta di Katmandù in Nepal e di Dharamsala in India, e sperare così di poter ricevere istruzione e di trovare lavoro in uno dei 55 campi profughi tibetani esistenti.

Anche tra gli esuli inizia a serpeggiare il malcontento: gli adulti e gli anziani perdono le speranze di rivedere la propria terra; i giovani e gli studenti protestano, spinti dal vento della rivolta contro il regime che opprime quel mondo che sentono loro, ma che non hanno ancora mai visto.

109 suicidi con il fuoco: Ma torniamo alle immolazioni dei monaci. Sono iniziate nel 2009. Braci che sono state alimentate dalla fiamma di Pechino 2008: un’Olimpiade che ha visto 19 morti in Tibet per la dura repressione dell’esercito cinese. Ad oggi le autocombustioni sono 109. Tutti monaci, salvo rari casi; quasi tutti giovanissimi.

In ordine di tempo, l’ultimo è Lobsang Thokmey, 28 anni, che si è bruciato vivo nel monastero di Kirti, il 16 marzo 2013.

Era l’anniversario della dura repressione di massa del 2008, a Ngaba, quando i militari cinesi spararono sulla folla di manifestanti e uccisero 10 persone. Il 26 febbraio era toccato a Sangdag, monaco del monastero di Diphu. Si è suicidato nella piazza di un paese della contea di Ngaba.

Il giorno prima, il 25 febbraio, Tsesung Kyab, si è dato fuoco davanti al monastero di Shetsang. Aveva 27 anni. Due mesi prima, la stessa scelta, nello stesso luogo, l’aveva fatta suo cugino Pema Dorjee, di 23 anni.

E ancora, il 24 febbraio, Phamko Dhondup ha deciso di immolarsi a soli 20 anni, nel suo monastero di Jakyung nella provincia Haidong, in Amdo. Pochi giorni dopo è toccato a due giovanissimi: Rinchen di 17 anni e Sonam Dargye di 18 anni. Anche loro monaci nella contea di Ngaba. Si erano conosciuti da bambini tra i banchi di scuola. Sono morti insieme, avvolti dalle fiamme.

Repressione e condanne: le autoimmolazioni stanno aumentando: nel 2012, si parla di un suicidio a settimana. Le notizie arrivano da fonti serie, ma non ufficiali. È interesse del Governo Cinese tacere i fatti, poiché il dissenso verso la durezza dell’autorità è in crescita. Anche per questo è difficile reperire le informazioni attraverso i più consueti canali di informazione. La censura cinese si abbatte come una scure.

In Italia ci sono diverse associazioni che seguono da tempo la questione tibetana, come WoeserItalia-Tibet e Asia Onlus. Sui loro siti è possibile informarsi e aggiornarsi sui fatti che avvengono sul Tetto del Mondo.

Inoltre, la polizia cinese ha l’ordine di limitare al massimo i danni, per evitare che si creino altri eroi tibetani. Sovente sono anche vietati i funerali per i monaci che bruciano e tutti coloro che possono avere dei legami con le vittime vengono arrestati con il sospetto di “istigazione al suicidio” o per prevenire che vengano diffuse notizie in merito. Fotografare un monaco che brucia è considerato reato.

A gennaio, il monaco Lorang Konchok è stato condannato alla pena di morte (poi sospesa per 2 anni) per aver diffuso notizie sulle autocombustioni. Suo nipote, ha ricevuto la condanna a 10 anni di carcere. E ancora, a ottobre, Ngwang Tobden è stato condannato a 2 anni di lavori forzati nei Laogai perché aveva delle foto di monaci in fiamme nel cellulare. Per lui, l’accusa è di “sovversione, propaganda di valori politici sbagliati e istigazione alla disarmonia fra le etnie”.

Nei monasteri dove avvengono suicidi attraverso il fuoco, il Governo Cinese impone dure sessioni di rieducazione collettiva ad opera della polizia. Ribellarsi anche solo a parole, significa finire nei Laogai.

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