Voglio andare a vivere in campagna: il ritorno alla tradizione dei giovani

campagna

Siamo nel genovese, dove lo spirito imprenditoriale della repubblica marinara ha lasciato spazio a una città morta, richiusa su sè stessa, sfiduciata e vecchia, dalle mille possibilità frustrate.

In tanti sono scappati e scappano da questo tipo di realtà, guardando alla vicina pianura padana o ai cugini francesi. Tanti altri però rimangono e si guardano indietro. Guardano alla tradizione con gli strumenti culturali di chi ha studiato, di chi è nato negli anni ’80 e sa usare un computer, ne capisce le potenzialità, di chi è connesso in rete e dalla cooperazione vuole ripartire.

Guardare alla tradizione significa tornare alla terra, all’artigianato, alla fatica, alle mani sporche. Non è solo una strategia di uscita dalla crisi, è molto di più, la ricerca di una qualità della vita diversa e comunitaria. Fare il contadino non è una professione, ma uno stile di vita, che ti riconcilia con i ritmi naturali del tempo, della vita e della morte e nulla ha a che vedere con le sovrastrutture a cui siamo abituati, come ci riassume O.A.: “La forza delle comunità rurali, se ne esistessero ancora, è anche e soprattutto l’indipendenza da crisi finanziarie”.

Nella quotidianità dei ragazzi che abbiamo incontrato c’è un terreno in affitto da ripulire, una cascina da sistemare; nei loro sogni c’è l’agriturismo, ci sono i distillati, le conserve e le piante officinali, ma anche la bioedilizia e i pannelli solari e il festival musicale, artistico, artigianale, appuntamento che si spera diventi annuale. Nei loro occhi c’è la voglia di ripartire e la speranza di poterlo fare fuori dagli schemi 8-17.

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