L’Europa mette al bando i filtri P2P, ma solo in via preventiva

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In particolare, la sentenza sancisce che i service provider non possano essere obbligati ad installare a titolo preventivo, peraltro a loro spese, qualsivoglia tipologia di filtro sulle comunicazioni di tipo elettronico. In base al diritto dell’Unione Europea, inoltre, tale pratica viene ritenuta lesiva della “libertà d’impresa, del diritto alla tutela dei dati personali e della libertà di ricevere o comunicare informazioni”.

La decisione della Corte di giustizia, destinata ad avere ripercussioni in tutta Europa, è arrivata in seguito al caso del provider belga Scarlet contro la Sabam, una sorta di Siae locale che aveva obbligato l’operatore ad installare appositi sistemi di filtraggio P2P.

Cosa succederà ora? Della questione dei filtri peer-to-peer si parla da tempo e con animosità, considerato che in ballo ci sono le ragioni dei detentori di copyright, ma anche quelle degli utenti finali e degli stessi service provider. L’intervento dell’UE sembrerebbe vanificare ogni tentativo di blocco dei siti con contenuti pirata, rendendoli non raggiungibili da parte del navigatore interessato al download, ma la questione è aperta.

Ad una lettura più approfondita, infatti, la sentenza europea impedisce sì il filtraggio P2P, ma solo quando operato in maniera preventiva. Il “website blocking” resterebbe dunque autorizzato nel momento in cui la magistratura e gli organi amministrativi vigilanti accertino l’esistenza delle violazioni.

“La decisione odierna della Corte di Giustizia sul caso Scarlet Extended SA, un fornitore di accesso a Internet, e la SABAM non ha nulla a che fare con il rispetto della legalità su internet – spiega una nota di Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura Italia -. La sentenza conferma, invece, in maniera chiarissima che, ai fini del contrasto della pirateria online, l’Autorità Giudiziaria e gli Organi amministrativi di vigilanza, dopo aver accertato gli illeciti, possono ordinare provvedimenti di inibizione all’accesso attraverso il coinvolgimento degli intermediari (i provider, ndr). Ciò proprio alla luce degli articoli 14 e seguenti della Direttiva 2000/31/CE. Questa decisione dovrebbe confortare anche l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni italiana che ha intrapreso la giusta strada dei provvedimenti interdittivi solo dopo l’adeguato confronto e l’accertamento degli illeciti”.

“Nessuno vuole imporre obblighi di sorveglianza e filtraggi preventivi della rete internet - chiarisce Polillo -, men che meno l’industria dei contenuti. Chiediamo tuttavia con forza che, ove riscontrate violazioni gravi e sistematiche del diritto d’autore, le Autorità competenti, e quindi anche l’AGCOM, possano intervenire tempestivamente per porre fine alle violazioni”.

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