Limiti e pregi della sanità privata

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Anche in Italia dagli anni Novanta in poi le riforme hanno introdotto nel Servizio Sanitario Nazionale le dinamiche tipiche dei liberi mercati:  competizione tra pubblico e privato, efficienza economica, vincoli di bilancio, drastica riduzione dei costi di gestione.

Un modello neoliberista che ruota intorno alla misurazione dei risultati in termini economici per ciascuna unità operativa, dalla sala operatoria ai reparti di degenza, dagli ambulatori del medico di base e dello specialista fino ai farmaci. Il che è alquanto paradossale se è in gioco la salute dei cittadini.

L’efficienza economica diventa il criterio di base nelle valutazioni di merito su ospedali, pubblici, privati, aziende sanitarie locali, ma manca del tutto una valutazione dell’impatto di queste politiche economiche sulla salute delle popolazioni di riferimento.

Il paziente, tra l’altro, non è un  cliente o un consumatore e  la salute non è una merce, né un bene di consumo, perché quando la “merce salute” non soddisfa le nostre aspettative, non sempre è possibile, purtroppo,  reiterare la scelta e il consumo. Il diritto alla salute non è compatibile con i diritti del cliente e  il bene salute non è scambiabile sul mercato.

La  contrazione della spesa sanitaria pubblica da un lato e il crescente ricorso alla sanità privata dall’altro comportano, inoltre,  inevitabili  ricadute sulle tasche dei cittadini e, allo stesso tempo, una crescente difficoltà di accesso alle cure per le fasce più deboli della popolazioneanziani e famiglie a basso reddito.

Analizziamo ora gli effetti distorsivi della remunerazione a tariffa delle prestazione mediche e chirurgiche nella sanità privata accreditata (ovvero le strutture  sanitarie private cui è possibile accedere con la tessera del SSN e che lavorano con denaro pubblico).

Nella sanità privata che opera in regime di accreditamento il sistema tariffario a prestazione incentiva il ricorso a trattamenti sanitari inutili, con l’inevitabile conseguenza di produrre una lievitazione dei volumi delle prestazioni erogate, più ampi margini di profitto del privato e una esponenziale lievitazione della spesa sanitaria  pubblica.

Inoltre, l’obiettivo del rendimento economico induce a una contrazione dei costi del lavoro, con frequente ricorso a cooperative esterne per il servizio medico e infermieristico. I rischi sono evidenti:  nella turnazione si alterna personale non addestrato a specifici protocolli terapeutici, che sono differenti da reparto a reparto e personalizzati sulla base della storia clinica del paziente.  In sintesi: lievita la spesa sanitaria pubblica complessiva del tutto svincolata da benefici in termini di salute.

Una riflessione sulle specificità che caratterizzano, questa volta positivamente, l’umanizzazione della cura nell’interazione tra medico e paziente in una struttura sanitaria privata, chiude questa nostra breve esposizione.

In primo luogo dobbiamo chiederci perché nel privato è possibile stabilire una relazione significativa col medico. Di fatto i ritmi di lavoro sono differenti, più lenti rispetto a quelli di una struttura sanitaria pubblica. In secondo luogo, molto spesso,  gli interventi del medico, del chirurgo e del personale infermieristico sono programmati, ovvero non richiedono il ricorso alle strutture di emergenza del pronto soccorso. I tempi si dilatano e consentono un dialogo più sereno e rilassato.  Infine, e non ultime, le dimensioni delle strutture sanitarie private e il ridotto turnover dei pazienti favoriscono una maggiore attenzione del medico nella presa in carico e nella personalizzazione della cura.

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