Amarcord, la Pistoiese in serie A: l’Olandesina e i due vecchietti

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L’impatto con la massima serie non fu affatto morbido e ben presto la simpatia e la benevola curiosità che accompagnano gli esordienti divennero ironia e facile sarcasmo, allorchè la Pistoiese si fece notare solo per avere lanciato un giovane brasiliano ancora oggi noto come il bidone straniero per eccellenza: Luis Silvio. Nelle prime sei giornate infatti la squadra guidata da Lido Vieri stenta ad ambientarsi nella massima serie e raggranella solo tre punti, sembrando condannata ad una retrocessione già scritta.

Ma il pallone è imprevedibile e sono in molti che devono ricredersi e strabuzzare gli occhi davanti alla rimonta arancione. Il presidente Melani ad ottobre chiama Mondino Fabbri, sfortunato ct sconfitto dalla Corea nel ’66, ad affiancare l’ex-portierone granata in panchina. L’Omino di Castelbolognese accantona subito lo spaesato brasiliano,  lanciando in attacco il neoacquisto Vito Chimenti, quello della “bicicletta”, e la Pistoiese arriva addirittura al sesto posto, tra le big, con cinque vittorie in sette partite culminate nella perla del memorabile derby vinto a Firenze 2-1 sui viola con Badiani match-winner e Mascella paratutto.

Intendiamoci: non è calcio totale ma italianissimo contropiede quello giocato dall’indovinato cocktail di giovani promesse, come Benedetti e Paganelli, ed esperti trentenni, tra i quali il futuro ct mondiale Lippi e l’ex-nazionale Bellugi, sapientemente orchestrato dagli attempati fuoriclasse Frustalupi e Rognoni. Non è calcio totale certo, ma i due nei sogni dei tifosi toscani si travestono da Cruijff e Neeskens, specie quando “Frusta” regola l’Avellino con un diagonale  angolatissimo da posizione impossibile ed “il Muto” gela Galli ed il Comunale con un destro da fuori area, che vale il primo momentaneo vantaggio sui gigliati.

Pur lontani anni luce dai due tulipani, Giorgio Rognoni, 35 anni, e Mario Frustalupi, 39 anni, onorarono con classe e determinazione quell’ultimo scampolo di serie A che gli era stato offerto, portando in dote alla loro squadra tutta quell’esperienza che avevano maturato, il primo nei trionfi col Milan a fine anni ’70 ed il secondo negli scudetti con Inter e Lazio, oltre che la loro innata signorilità.

Proprio l’indimenticata vittoria di Firenze, però, fu anche il canto del cigno: qualcosa si inceppò e nelle restanti partite gli olandesini conquistarono solo tre punti, con 14 sconfitte e nessuna vittoria, e conseguente retrocessione. La squadra si dissolse ed i due splendidi vecchietti lasciarono il calcio, andando poi incontro a quel tragico precoce destino che li avrebbe purtroppo nuovamente accomunati.

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