Dalle stelle alle stalle. La lenta parabola discendente di Andrea Bargnani

«…and with the first pick of 2006 NBA draft the Toronto Raptors select Andrea Bargnani».

Non è mai facile entrare nel mondo NBA. Soprattutto non è facile se ci si arriva con addosso l’onore e l’onere di essere la prima scelta assoluta del draft, nonché il primo europeo di sempre a essere scelto così in alto. “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità” e proprio da queste responsabilità si può di rimanere schiacciati se non si hanno le spalle abbastanza larghe per sopportarne il peso.

È il 28 giugno 2006. Andrea Bargnani, fresco di scudetto con Treviso, è la punta di diamante della generazione di enfants terribles del basket italiano insieme Mancinelli, Belinelli, Datome e Gallinari ed è con Bosh l’uomo designato dai Raptors per costruire qualcosa di interessante a Toronto dopo l’addio di Vince Carter di due anni prima.

Le aspettative sono alte e il primo anno non è niente male: il titolo di Rookie of the Year va a Brandon Roy, ma Bargnani chiude la regular season su buoni livelli, con 11.6 punti di media e i Raptors si qualificano ai playoff col terzo record a Est, salvo poi uscire al primo turno contro i Nets di Kidd e del grande ex Carter.
Negli anni successivi le cifre vanno progressivamente migliorando e le speranze che Bargnani possa diventare una sorta di nuovo Nowitzki accompagna i sogni bagnati della dirigenza di Toronto. Rimangono però punti interrogativi piuttosto grossi per quanto riguarda il gioco sul lato difensivo del campo: croniche carenze difensive, scarsa aggressività, poca attitudine ad andare a rimbalzo…

Al di là dei limiti individuali, il problema più grande è il fatto che la squadra non compia nemmeno lontanamente i progressi sperati. Toronto torna ai playoff nel 2008, ma manca il traguardo della post season per tutti gli anni successivi. A movimentare più di tutto le acque c’è la difficile convivenza tra i due uomini franchigia Bosh e Bargnani.
Bosh inizia a scalpitare e puntare i piedi, e infatti nell’estate 2010 decide di non rinnovare il proprio contratto per volare a Miami alla corte di King James.

Liberato il parquet dall’ingombrante presenza di CB4, il bienno 2010-12 è il migliore nella carriera NBA di Bargnani, ma i Raptors continuano a languire in fondo alla Eastern Conference. A fronte della continua assenza di risultati, anche uno dei più fermi e convinti sostenitori come Colangelo comincia a nutrire più di un dubbio sulla consistenza del proprio pupillo. Tifosi e stampa non ci credono più, e all’orizzonte comincia a essere ventilata l’ipotesi di una cessione per ricostruire la squadra su nuove fondamenta.

La stagione 2012-13, costellata da infortuni, fa definitivamente calare il sipario sull’avventura del Mago a Toronto, che in estate viene girato a New York senza troppi rimpianti.
Per Bargnani le prospettive non sembrano però così grigie. I Knicks sono reduci da un’ottima annata e puntano se non al titolo almeno alla a finale a Est.

E invece arriva il colpo di scena: New York incappa in una stagione disastrosa, rischia di rimanere fuori dalla prime otto e Bargnani viene accusato più o meno velatamente di essere il granello di sabbia capace di far inceppare la macchina difensiva dei Knicks.

E a Toronto? In Canada la scelta di lasciar partire l’italiano sembra pagare fin da subito ampi dividendi: affidate le chiavi della squadra al duo DeRozan-Lowry,  i Raptors navigano a vele spiegate verso l’ingresso ai playoff. Rimpianti per il Mago? Manco a parlarne.

A distanza di anni, sono parecchie le fonti oltreoceano che indicano Bargnani come la peggior prima scelta dai tempi di Michael Olowokandi e adesso il rischio per il Mago, entrato in NBA dall’ingresso principale con tanto di tappeto rosso, è quello di uscirne mestamente dalla porta sul retro.

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