Il karate sportivo: quando la tradizione incontra l’agonismo

karate

Un tempo forma di lotta assai violenta, quest’arte marziale si è evoluta nel corso dei secoli fino a diventare molto meno pericolosa.

Oggi i colpi sono controllati prima dell’impatto e ciò, diversamente da altre tecniche come ad esempio il ju-jitsu, ha fatto sì che questa disciplina venisse riconosciuta a livello mondiale come sport a tutti gli effetti; numerose sono le federazioni che organizzano tornei di livello nazionale e internazionale: quella italiana è la Fijlkam (Federazione Italiana Judo Lotta Karate Arti Marziali), l’unica riconosciuta in ambito agonistico dal C.O.N.I. (Comitato Olimpico Nazionale Italiano), affiliata in ambito internazionale alla WKF (World Karate Federation).

Il karate sportivo si suddivide in due settori specifici: il kata (combattimento contro avversari immaginari) e il kumite (combattimento libero contro un avversario reale). Generalmente, nel corso della carriera agonistica, un atleta tende a specializzarsi esclusivamente su una delle due discipline, in quanto è molto difficile, a livello di competizioni, ottenere risultati soddisfacenti contemporaneamente in entrambe, a causa dei differenti metodi di allenamento che esse comportano.

Il kata è, tra le due specialità, quella che più palesemente conserva forti contatti con la forma tradizionale: posizioni statiche, movimenti sinuosi e al contempo possenti, l’atleta deve trasmettere alla giuria la sensazione di stare davvero fronteggiando degli aggressori agguerriti.

Il kumite, al contrario, prevede un sistema di punteggio con cui valutare le varie tecniche portate a segno dai contendenti: da un minimo di 1 (ippon) ad un massimo di 3 (sanbon), a seconda del grado di difficoltà dell’esecuzione.

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