L’ Australian open: la maledizione dei campioni

Nel glossario tennistico, slam equivale a prestigioso e storico torneo internazionale che si disputa nel corso di due settimane. Per i tennisti professionisti equivale ad un obiettivo unto di gloria sportiva e lauti guadagni. Per gli appassionati, lo slam che si gioca a Melbourne, equivale ad una roulette russa e ledizione 2014 ha rispettato l’ imprevedibilita’.

Alzi la mano chi pensa che lo svizzero Stanislas Wawrinka sia un ottimo giocatore. Rialzi la mano chi lo avrebbe, però, immaginato vincitore di uno slam. È successo.

E che dire della minuta slovacca Dominika Cibulkova, numero trenta al mondofinalista nel tabellone femminile? Fermata con fatica solo dalla già vincitrice di uno slam, la cinese Li Na. Avrebbe creato uno shock memorabile se avesse trionfato.

E gli altri big? I fatidici primi turni considerati semplici, in Australia si tingono di giallo: i papabili vincitori Kvitova, Errani, Stosur, Del Potro, Serena Williams, Sharapova, Djokovic, Azarenka, Murray e Federer sono capitolati uno dopo l’altro prima del previsto.

La tappa degli antipodi ci ha abituati ad ecatombi inattese e a finali inimmaginabili, come quella del 2002 vinta dal discreto svedese Thomas Johansson sul fuoriclasse russo Marat Safin. E come dimenticarsi del recente passato, anche i finalisti Kiefer, Baghdatis e Schuttler? Il simpatico Baghdatis, l’arguto Schuttler, il ne’ simpatico ne’ arguto, ma frizzante sul campo Kiefer? Furono sconcertanti sorprese e presenze mai più riviste in una finale slam.

Sull’aussie cemento plexicushon (vuoi per il rientro alle gare dopo la pausa invernale di un mese, per le novità tecniche da rodare che i campioni cercano di aggiungere al proprio gioco, per le condizioni meteo locali torride, per il jet lag biologico, per la superficie dei campi poco diffusa al mondo, per le sensazioni psicologiche della competizione) la frenesia degli outsiders di fare il colpaccio per racimolare sponsor e la livellazione tra i primi e i secondi è servita.

Ammettiamolo, in fondo, che tutto ciò non ci dispiace.

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