Monza, il Gran Premio Incacellabile

Fale_F1_Monza_jugo.it

Per capire cosa sia veramente il Gran Premio d’Italia bisogna attendere la calma di un pomeriggio d’inizio autunno, quando il grande spettacolo è ormai alle spalle. E camminare in silenzio, ai margini di quel serpente d’asfalto che si perde tra gli alberi secolari del Parco: un asfalto nero, lucido, perfetto, incastonato in una cornice di cordoli bianchi e rossi che – da vicino – impongono un certo rispetto, assai maggiore di quanto si immagini comodamente seduti sul divano di casa. Proprio quando le gradinate vuote restituiscono un opuscolo pubblicitario sbiadito, un biglietto strappato, un cappellino malconcio, risuona magicamente il rombo più autentico dei motori, lo stridere delle ruote portate al bloccaggio per una frenata brusca e tardiva, il rumore meccanico e potente del cambio a scalare le marce…

Il circuito di Monza ha spento le sue 91 candeline, sempre presente nel calendario mondiale di Formula 1 (fatta eccezione per l’edizione del 1980). Lo chiamano “il tempio della velocità” e forse qualcosa di sacro c’è davvero in questo autodromo dove, se i sorpassi restano proibitivi, riesce sempre e comunque ad accadere un fatto unico, bello o drammatico, capace di toccare anche lo spettatore più casuale. Qui, a differenza degli strabilianti impianti moderni, la pista non è una cattedrale che svetta nel deserto ma resta legata alla sua terra, alla sua gente: la gente della Brianza. Tanto che puoi battezzare una chicane “variante della Roggia” in onore di un piccolo e dimenticato corso d’acqua, quasi fosse una vecchia amica.Oppure vedere una Ferrari sfrecciare a 280 Km orari mentre pochi metri più in là – e sono letteralmente pochi metri – oltre il muro di Biassono un’anziana signora prepara il pranzo ai nipoti, borbottando contro il frastuono delle automobili e l’incomprensibile entusiasmo che lo circonda.

Monza non è solo il presente, fatto di Red Bull e aerodinamiche estreme. È anche (o soprattutto) il passato. Per dirla meglio, rinnova oggi il mito di un tempo: non ci può essere una cosa senza l’altra. Nel varco aperto tra le reti rattoppate in qualche modo dal controllo accessi scorgi l’antica sopraelevata: il tratto automobilistico più leggendario del mondo (solo Indianapolis gli tiene testa). Quanta gloria e quante tragedie su quella curva consumata, così inclinata da rendere proibitivo arrampicarsi fino al fragile parapetto perfino con le mani! Pensi a quanto coraggio (o pazzia?) era necessario per tenere il piede a fondo sull’acceleratore, il volante ben saldo… a quanta fiducia in quelle che ora faticheremmo a chiamare vetture e nei ragazzi ai box che preparavano la sfida alla forza di gravità armati solo di chiave inglese e cacciavite.

Ogni anno c’è chi vorrebbe chiudere baracca e burattini per una questione di sponsor, perché il futuro (alias, i capitali) guarda altrove, per allestire un qualche progetto alternativo nello stesso spazio (?!). Ma quando ti fermi a contemplare il sole scendere davanti alla corsia dei box ti chiedi se il Grande Circo della Formula 1 potrebbe mai fare a meno di questi 5,8 Km di adrenalina senza perdere la propria anima.

Appassionato di Sport?

Leggi JUGO.it anche su Facebook

Vai alla Pagina Facebook di Jugo.it
JUGO > Sport > Monza, il Gran Premio Incacellabile