Pantani: un caso ancora aperto

PANTANI

14 Febbraio 2004.  Sera di San Valentino. In tv non ci sono ancora i canali “all news”. Per le notizie più importanti ci sono ancora le quasi scomparse Edizioni Straordinarie. La morte di Marco Pantani ci coglie cosi quella sera. Improvvisa.  Ci lascia per un’overdose di cocaina. Lo trovano privo di vita in un anonimo residence di Rimini.

Per molti Marco Pantani non è morto quella sera, ma bensì circa 5 anni prima. Giro del 1999, Madonna di Campiglio, Sabato 5 Giugno.  Pantani sta per vincere con una facilità estrema il suo secondo Giro d’Italia consecutivo. E’ per distacco il più forte di tutti. L’anno prima  ha portato a casa l’accoppiata Giro-Tour, unico italiano a riuscirci dopo Fausto Coppi nel ’49 e nel ’52 , riavvicinando al ciclismo intere generazioni di italiani.  E’ ormai Pantani-mania. La sua bandana ed il pizzetto lo trasformano per tutti nel Pirata. Uno come lui non si era mai visto. Un corridore che sfida le leggi della fisica in salita. Inumano. Mostruoso. Pantani a Madonna di Campiglio sta per partire per la terzultima tappa del giro, ma non salirà mai in bici. Squalificato per ematocrito alto.  Le voci rimbalzano  come una pallina impazzita. “Pantani  dopato“, “Pantani è come tutti gli altri”.  Lì il Pirata cade, conosce la polvere bianca. Promette che si rialzerà ma non sarà mai più Pirata.

Oggi, dopo 10 anni e pochi mesi dalla sua morte, l’avvocato della famiglia Antonio De Rensis, ha ultimato l’istanza per la riapertura del caso. Quella fine cosi sospetta non ha mai convinto Tonina e Paolo Pantani, genitori del corridore romagnolo. Cosi come tutti i miti morti giovani, Pantani continua a dividere. Tanto fragile caratterialmente per quanto era forte in bicicletta, il Pirata resterà per sempre impresso nella memoria collettiva di chi lo ha vissuto.

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